Professione futurologo

Le aziende assumono. Mescola finzione con i fatti scientifici e consente di "esaminare i luoghi più oscuri e distopici" della realtà.

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Tempi di crisi, ci si interroga sul domani. Un tempo erano gli auguri, l’ordine sacerdotale dell’antica Roma, fondato da Romolo, il cui compito era quello di interpretare il volo degli uccelli. In Grecia la Pizia di Delfi, e poi Cassandra con le sue previsioni troppo spesso nefaste. Poi San Malachia e Zarathustra, passando per Nostradamus: la storia è costellata di indovini e profeti.

Un mestiere vero. E le aziende assumono

Il futuro è un tema ricorrente, e oggi la capacità di anticiparlo è una professione ricercata da molte aziende. L’automobilistica Volkswagen, l’azienda di cioccolato statunitense Hershey’s, la banca Capital One sono alcune delle imprese che sul mercato del lavoro cercano professionisti in questo settore: li chiamano in maniera diversa, ma tutti si guardano attorno per assumere i futurologi.  “Non si tratta di predire il futuro – spiega al Financial Times Josef Hargrave, manager di Arup, l’azienda di consulenza ingegneristica londinese con sedi in quattro continenti – quanto piuttosto di pensare ai possibili sviluppi e diffondere all’interno dell’azienda la consapevolezza e la capacità di adattarsi”.

‘Scenario’ è la parola chiave in una professione per la quale anche le università si stanno attrezzando, a cominciare da Stati Uniti e Taiwan, dove la facoltà di Tamkang ha attivato corsi di ‘Futures studies’ obbligatori per i suoi studenti. Niente improvvisazione, servono competenze, capacità analitiche e sensibilità verso le dinamiche culturali e sociali: “Il lavoro da futurologo è quanto di più lontano dalla profezia – assicura al Ft Erik Overland, responsabile del corso di Berlino e presidente della Federazione mondiale per gli studi del futuro -. Le grandi imprese si sono rese conto che di fronte alla complessità del mondo è possibile agire in modo migliore se vengono esaminati diversi scenari futuri”.

Più una roba da sociologi che da esperti di marketing

Il fulcro della professione non è quindi cercare di indovinare quali tecnologie verranno adottate dai consumatori, spiega il quotidiano economico britannico, quanto piuttosto immaginare le applicazioni future, e i relativi contesti di utilizzo, della tecnologia. Un mestiere che ha quindi ha a che fare con sociologia ed etnologia, due branche dello studio dell’uomo e del suo comportamento. Come spiega David Johnson, per sette anni futurologo per la compagnia informatica Intel, il mestiere riguarda l’uomo, ma anche la fantascienza aiuta: mescolare la finzione con i fatti scientifici consente di “esaminare i luoghi più oscuri, distopici” della realtà e di “tirar fuori idee incredibili”.

Il ragionamento critico sul futuro

I team di persone che si occupano di questo settore all’interno delle aziende spesso si rivolgono ad autori di fantascienza. Tim Maughan, autore della serie ‘Paintwork’, aiuta ad esempio Arup a “ragionare in maniera critica sul futuro”, ad esempio provando a immaginare l’impatto delle tecnologie attuali in un lasso di tempo di 10 o 15 anni. In quest’ottica il lavoro dei futurologi è quindi molto diverso da quanto capita spesso di leggere su riviste tecnologiche, dove esperti di varie discipline ingaggiano la propria battaglia nell’immaginare le invenzioni del futuro, come per esempio le nanotecnologie in grado di collegare il cervello umano a cloud informatici, promettendoci di essere più intelligenti in vita, avendo a disposizione molte più informazioni, e al tempo stesso rendendoci immortali, consegnando la nostra conoscenza a un computer.

In un ambito informatico che alimenta il dibattito tra vita e morte, eternità ed etica, che mette in discussione i concetti di scienza e religione, il mestiere di futurologo si fa largo in maniera differente. Niente intelligenza superumana che sostituisca le persone in carne e ossa, almeno per il momento: basta studiare l’uomo, e magari chiederci come noi stessi potremmo sfruttare in futuro la tecnologia che sta dietro ai servizi che già oggi usiamo. (AGI)

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