Anders Fogh Rasmussen non usa mezzi termini. L’uomo che per cinque anni ha guidato la NATO e per otto la Danimarca, il politico che ha inviato truppe a morire al fianco degli americani in Afghanistan, oggi osserva Donald Trump con un misto di dolore e sconcerto. In un’intervista al Financial Times, Rasmussen lancia un monito che scuote le cancellerie: il Presidente degli Stati Uniti sta usando sulla Groenlandia lo stesso linguaggio dei “gangster” di Russia e Cina che, teoricamente, dovrebbe contenere.
Un’arma di distrazione di massa
Per Rasmussen, l’improvvisa ossessione di Trump per l’Artico non è una strategia lungimirante, ma una “arma di distrazione di massa”. Mentre il mondo si accapiglia sui capricci immobiliari di Washington, l’attenzione si sposta dall’unico vero pericolo: l’aggressione russa in Ucraina. “Per me è un processo doloroso”, confessa l’ex premier. “Fin dall’infanzia ho considerato gli USA il leader naturale del mondo libero, il poliziotto globale. Ora li vedo usare toni che sono la copia carbone di quelli usati a Mosca e Pechino”.
L’iceberg che può affondare la NATO
Mentre migliaia di persone scendono in piazza in Danimarca e Groenlandia per protestare contro la retorica americana, il tavolo tecnico appena istituito per discutere il futuro dell’isola è già un rebus semantico. Se per la Casa Bianca il gruppo di lavoro deve occuparsi della “acquisizione della Groenlandia”, per Copenaghen la “linea rossa” è invalicabile: l’isola non è in vendita.
L’avvertimento di Rasmussen è geopolitico: “Le divisioni nell’Occidente fanno il gioco della Russia. Sono certo che Mosca speri che la Groenlandia diventi l’iceberg destinato ad affondare la NATO”. Secondo l’ex Segretario, la caduta della Groenlandia sotto una logica di conquista segnerebbe la fine definitiva dell’ordine mondiale per come lo conosciamo.
La ricetta per disinnescare la crisi
Per uscire dall’angolo, Rasmussen suggerisce alla Danimarca di presentare a Trump tre proposte concrete, trasformando l’ostilità in cooperazione:
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Modernizzare l’accordo di difesa del 1951: Aggiornare le regole per permettere nuove basi NATO (e non solo americane), ricordando che se oggi gli USA contano solo 150 soldati sull’isola, durante la Guerra Fredda ne avevano oltre 10.000 in 17 installazioni.
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Un patto per i minerali critici: Attrarre capitali americani per l’estrazione delle terre rare, evitando che finiscano in mani cinesi.
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Un accordo di resilienza artica: Un blocco diplomatico e infrastrutturale per blindare l’isola dalle influenze di Putin e Xi Jinping.
Fonte: Financial Times