Ranucci: «Lavitola è un amico, non avrebbe mai fatto male a me e alla mia famiglia»

Il conduttore di Report ricorda che gli incontri con il faccendiere ristoratore sono sempre avvenuti in pubblico. "Ci siamo sempre visti al ristorante di Monteverde, nulla di strano".

“Sono veramente stordito. Sono sconcertato”. Sigfrido Ranucci fatica a trovare una spiegazione dopo l’inchiesta della Procura di Roma che individua in Valter Lavitola il presunto mandante dell’attentato compiuto davanti alla sua abitazione di Pomezia. Una vicenda che – come riporta La Stampa – sorprende il giornalista di Report anche per il rapporto personale che, da anni, lo lega all’imprenditore e faccendiere. Una svolta che arriva a pochi giorni dagli arresti dei presunti esecutori dell’attentato a Pomezia che distrusse la macchina del giornalista.

L’ex direttore de L’Avanti!Valter Lavitola, avrebbe incaricato Clesio Tavares, storico dipendente del suo ristorante in zona Monteverde, a Roma, di “individuare soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all’abitazione” del giornalista e conduttore di ReportSigfrido Ranucci.

E’ quanto emerge dal decreto di perquisizione disposto il 4 luglio dai pm della Dda di piazzale Clodio.

“Quello”, ovvero Gomes Tavares Clesio, l’intermediario dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. L’uomo che, secondo gli inquirenti, avrebbe messo in contatto il faccendiere che sussurrava al mondo politico e imprenditoriale Valter Lavitola con un gruppo di criminali campani per colpire il conduttore di Report. Questa la ricostruzione della procura di Roma, che l’altro giorno ha arrestato gli esecutori dell’attacco e ha indagato Lavitola accusandolo di essere il mandante.

Gomes Tavares Clesio lavora dal 2017 al ristorante di pesce Cefalù Bistrò di Monteverde a Roma, il locale di Lavitola, che per l’imprenditore rappresentava l’inizio di una nuova vita dopo il carcere e una lunga sequenza di guai giudiziari. Sarebbe stato lui, a quanto emerge dagli accertamenti dei carabinieri del nucleo investigativo della Capitale, ad assoldare i membri del commando. Avrebbe tenuto contatti in particolare con uno di loro, Pellegrino D’Avino, che quando viene arrestato, lo scorso 30 giugno, si preoccupa di avvisare Gomes: «Perché quello avvisi quell’altro».

È Gomes, a quanto emerge dalle accuse, che avrebbe messo a disposizione della banda le auto per raggiungere Roma dalla Campania. Poi, dopo l’attentato, fugge in Camerun dove si trova ancora ora.

La sua compagna, intercettata dagli investigatori al telefono, si lamenta. E lo dice chiaro: tutto dipende da Valter. Gomes aveva anche organizzato la fuga dei membri del commando, garantito risorse economiche e carte di credito e pure una versione da dare agli inquirenti in caso di arresto per mettere al riparo il mandante e proteggere la sua identità. Chi ha piazzato la bomba il 16 ottobre 2025, stando a quanto emerge dalle carte dell’inchiesta, avrebbe dovuto dire di aver agito «per conto di un albanese conosciuto ad Ostia tre giorni prima per affari di narcotraffico, ma che non conosceva chi fosse l’obiettivo». La realtà, almeno quanto ricostruita dall’accusa, è ben diversa: a voler colpire Ranucci era l’amico ristoratore romano.

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