Questa non l’avevamo vista arrivare. Dobbiamo confessarlo. Quando abbiamo deciso di lasciare X, prima ancora delle elezioni della vittoria di Trump, allo stesso tempo abbiamo scelto di continuare a usare i social di Mark Zuckerberg (sì di Zuckerberg, inutile e ingenuo dire Meta, visto che l’azienda è totalmente nelle sue mani e nessuno può togliergli il controllo). Continuare a usare Facebook e Instagram non è stata una decisione dettata dal fatto che fossero privi di criticità. Ma siamo rimasti perché la proprietà non si era compromessa attivamente con il regime e l’ideologia trumpiana, ossia una visione brutale e spietata delle relazioni umane e dei diritti umani, una concezione del potere assoluta e autoritaria, un disprezzo per le più importanti istituzioni democratiche, una macchina propagandistica che non si fa alcuno scrupolo di diffondere disinformazione e fare leva sul linguaggio d’odio, anche se questo significa mettere in pericolo la vita di milioni di cittadini.
Poi è arrivato il video annuncio di Mark Zuckerberg. E tutto è cambiato. E attenzione non perché ha deciso di fare fuori il fact-checking di professionisti pagati da Meta. A suo tempo siamo stati sin dall’inizio molto scettici sull’operazione, nata sotto le pressioni di un dibattito confuso e controverso sulle fake news che avrebbero fatto vincere Trump nel 2016.
Va detto che Zuckerberg ha detto una serie di falsità sull’impatto del fact-checking, bollando il sistema usato da Meta come “censura”. Per farlo ha omesso report (interni o commissionati dall’azienda) che smentiscono quanto sostenuto nel video, mistificando sia il funzionamento del programma di fact-checking sia soprattutto le direttive che i fact-checker sono obbligati a seguire.
Per fare un paio di esempi molto semplici: prima di tutto i contenuti etichettati come “falsi” o “fuorvianti” non venivano rimossi, ma appunto etichettati come tali. Quindi non c’è mai stata di fatto nessuna censura. Semmai ne veniva contenuta la diffusione, limitandone la viralità. Ma chi ha mai detto che il diritto di parola debba coincidere con il diritto di reach, di raggiungere il numero più ampio possibile di persone? Inoltre esisteva ed esiste una lista di VIP intoccabili. Persone appartenenti a media, politica, spettacolo, una élite digitale che gode di una sorta di immunità da questo tipo di controlli.
Secondo quanto riportato da BuzzFeed News, nel 2019 Zuckerberg era intervenuto personalmente per proteggere gli utenti di estrema destra, tra cui il fondatore di InfoWars Alex Jones. Come riferito all’epoca da un dipendente di Facebook: “Mark non ha gradito la punizione, quindi ha cambiato le regole”, consentendo a un’ampia gamma di gruppi militanti di estrema destra di rimanere su Facebook e organizzarsi per l’insurrezione avvenuta il 6 gennaio 2021. L’assalto ha costretto poi l’azienda a intraprendere azioni più serie, ma molti di questi sforzi hanno avuto vita breve.
Il punto cruciale non sono i regolamenti e i programmi (policy), ma le ragioni politiche e l’ideologia alla base di queste nuove regole (politics). Questa volta interessi economici e sistema ideologico sono allineati: assecondando Trump, Zuckerberg protegge i propri interessi e si libera della zavorra “liberal”, popolata dai media e dai politici di sinistra che hanno sottoposto le piattaforme a dure critiche e pressioni. Aderendo alla visione di società ben rappresentata da Trump e dai suoi alleati, Zuckerberg può abbattere i costi, ottenere più engagement sulla piattaforma grazie al “libera tutti” e compiacere il nuovo imperatore sul trono.
“Invece di addossare la colpa ai fact-checker [di essere politicamente schierati, di aver fallito nella loro missione e di aver distrutto la fiducia più di quanto ne abbiano creata – NdR] – scrive sul Guardian Joan Donovan, assistant professor of journalism all’Università di Boston e fondatrice del Critical Internet Studies Institute – Zuckerberg dovrebbe semplicemente ammettere che sta cambiando le regole per riflettere l’agenda politica di Trump e che ottimizzerà gli algoritmi in modo che Trump possa costruire una base su Facebook e Instagram, dopo che Musk ha aperto la strada a X”.
Quello che oggi Zuckerberg descrive come una forma di “censura” nei suoi rapporti all’UE, erano secondo Meta “la base per prevenire la diffusione di disinformazione su larga scala” e ha costituto una parte fondamentale del suo approccio per garantire l’integrità del voto durante le elezioni europee nel 2024.
Fa veramente ridere che Zuckerberg, pur di difendere questa sua scelta, sostenga che sia arrivato il tempo di tornare al Facebook delle origini per meglio difendere la libertà di espressione. Altro che libertà di espressione, la storia sulle origini di Facebook è tutt’altra. Il sito, che prendeva il nome dall’elenco degli studenti distribuito all’inizio dell’anno accademico (face book) fu lanciato nel 2004 da Zuckerberg insieme ad alcuni colleghi di università di Harvard. Un abbozzo di social network che invitava gli studenti a dare voti all’aspetto fisico delle studentesse dell’università. Per realizzarlo Zuckerberg entrò nel sistema di sicurezza dell’università copiando le foto dei tesserini. Una volta scoperto, ricevette un richiamo disciplinare e fu costretto a chiudere il sito.
Le decisioni annunciate non garantiranno maggiore libertà di espressione. Anzi. Semmai segnalano un ritorno alle origini più misogine di Facebook. In un comunicato sul blog, Meta ha spiegato che le politiche di moderazione saranno allineate alla “discussione mainstream” in particolare su questioni di genere e immigrazione. Due argomenti su cui Trump e Musk hanno spinto moltissimo durante la campagna elettorale 2025. Per fare un esempio, va bene ora riferirsi alle persone LGBTQ+ come malate mentalmente, o denigrare gli immigrati.
Scrive ancora Joan Donovan:
“È un segno rivelatore di tecnofascismo quando i nostri sistemi di comunicazione sono sconvolti da cambiamenti nel potere politico dopo ogni elezione. La protezione dei gruppi vulnerabili online continua a dipendere dalle ambizioni politiche dell’amministratore delegato o del proprietario delle piattaforme di social media. Questa è un’ulteriore prova che i social media non sono una macchina per la libertà di parola. Non lo sono mai stati. Invece, la moderazione dei contenuti è il prodotto principale dei social media, dove gli algoritmi decidono se un discorso è visibile, a quale volume e se ci sarà un contenuto che gli si oppone. Contrariamente a quanto sostiene Zuckerberg, non sono stati i fact-checker a rovinare i prodotti Meta. Sono sempre stati i responsabili di Meta delle relazioni con il potere politico a trasformare i social media in una nuova frontiera per le guerre culturali”.
La radicalizzazione di Mark Zuckerberg, padrone assoluto di Meta
L’interruzione degli accordi con Third Party Fact-Checking Program (3PFC) per ora riguarda solo gli USA, ma la strada sembra tracciata anche per l’Europa. A mio avviso unendo i puntini il quadro che emerge non lascia spazio a dubbi: siamo davanti a una adesione convinta a un sistema di potere e a una precisa visione politica.
Agli inizi del 2021, l’ex vice primo ministro britannico e capo degli affari pubblici di Meta, Nick Clegg, ha firmato la decisione di bannare Trump a tempo indeterminato dopo che Trump aveva utilizzato le piattaforme dell’azienda per promuovere un attacco al Campidoglio. Zuckerberg all’epoca disse che “i rischi di consentire al presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio” erano “semplicemente troppo grandi”. Clegg è stato sostituito il 2 gennaio scorso da Joel Kaplan, un repubblicano di ferro, ex capo di gabinetto del presidente George Bush. Subito dopo il video annuncio di Zuckerberg, Kaplan si è precipitato da Fox News per festeggiare i cambiamenti nelle policy dell’azienda e, visto che c’era, ha fatto pure una sviolinata a Trump.
Oltre a nominare Kaplan, Zuckerberg è volato a Mar-a-Lago per incontrare Trump; ha donato un milione di dollari al fondo per l’insediamento del presidente; ha fatto entrare Dana White – presidente della UFC, la principale organizzazione di arti marziali miste al mondo, e grande amico di Trump – nel consiglio d’amministrazione di Meta; ha ordinato la cessazione dei programmi di diversità, inclusione ed equità dell’azienda; e ha addirittura fatto rimuovere i temi LGBTQ+ di Messenger.
Negli ultimi anni – scrive Leonardo Bianchi nella sua newsletter Complotti! – fiutando che il clima culturale negli USA stava cambiando, Meta ha imboccato diverse strade per intercettare lo zeitgeist (lo spirito del tempo). Prima ha penalizzato i link esterni, nel tentativo – riuscito, va detto – di rimuovere de facto i contenuti giornalistici. Poi ha depotenziato la moderazione dei contenuti problematici. Poi ha limitato quelli politici su Instagram, specialmente dopo il massacro del 7 ottobre e in vista delle presidenziali. E ora, per l’appunto, vuole dare più visibilità ai contenuti politici senza limitazioni di sorta.
Per il giornalista del New York Times Kevin Roose, che si occupa di tecnologia e cultura digitale, queste modifiche riflettono anche una netta svolta politica profonda e radicale di Zuckerberg. Scrive Roose:
“Un quarantenne ricco con una reputazione pubblica ormai compromessa si mette ad ascoltare Joe Rogan e inizia a sviluppare una passione per le arti marziali miste e altri passatempi ipermascolini, sviluppa un certo astio nei confronti della sinistra e dei media e alla fine si converte al conservatorismo MAGA”.
Lo scorso settembre il New York Times aveva pubblicato un profilo su Zuckerberg che, come scrive Paris Marx nella newsletter Disconnect, restituisce un quadro abbastanza chiaro su alcuni dei fattori che guidano il suo riallineamento politico:
“L’articolo descrive uno Zuckerberg stufo delle reazioni politiche, che nutre molta più rabbia nei confronti dei politici progressisti e degli addetti al suo gruppo filantropico rispetto alle figure politiche di destra che lo avevano nel mirino. In particolare, Zuckerberg e sua moglie Priscilla Chan hanno allontanato i dipendenti che si aspettavano un maggior impegno in seguito all’uccisione di George Floyd e all’abolizione del diritto all’aborto negli Stati Uniti. Secondo quanto riferito, Zuckerberg ora si considera un libertario o un “liberale classico”, che detesta la regolamentazione e il “progressismo di estrema sinistra” come le proteste universitarie filo-palestinesi, che lui e Chan considerano antisemite”.
Subito dopo aver annunciato cambiamenti radicali nella moderazione delle sue piattaforme, Zuckerberg ha partecipato al podcast di Joe Rogan, ex comico e poi commentatore degli incontri della Ultimate Fight Championship (quel campionato di arti marziali miste, di cui è presidente Dana White).