Un’offensiva giudiziaria di proporzioni inedite minaccia le fondamenta di Meta. Il colosso fondato da Mark Zuckerberg si trova a dover fronteggiare una richiesta di risarcimento che sfiora i 1.400 miliardi di dollari, avanzata da una coalizione di quattro Stati americani: California, New Jersey, Colorado e Kentucky.
La controversia rientra nell’ambito di una più vasta azione legale promossa da ben trentatré Stati, che accusano l’azienda di aver sfruttato deliberatamente i minori su Instagram e Facebook per massimizzare i propri profitti, spingendosi fino alla raccolta indevita dei dati personali dei bambini senza l’indispensabile consenso dei genitori. I quattro Stati capofila sostengono inoltre che Meta abbia consapevolmente ingannato i consumatori, celando la natura assuefacente di alcune funzionalità progettate ad hoc per generare dipendenza e provocando gravi ripercussioni sulla salute mentale dei giovanissimi utenti.
L’entità della sanzione richiesta, rivelata dalla stessa Meta in un recente deposito giudiziario, rischia peraltro di lievitare ulteriormente con l’inserimento di nuove penali pretese dai procuratori generali. Si tratta di una cifra vertiginosa che sfiora la capitalizzazione di mercato complessiva del gruppo, attualmente stimata attorno ai 1.500 miliardi di dollari. Dal canto suo, la Big Tech respinge con fermezza ogni addebito, pur incassando un primo duro colpo procedurale: i legali dell’azienda hanno infatti tentato di far archiviare le accuse legate alla dipendenza da algoritmi, ma il tribunale ha rigettato l’istanza, lasciando aperto il contenzioso.
Questa maxi-causa non rappresenta un caso isolato, ma s’inserisce in un’ondata globale di contenziosi che sta investendo l’intero comparto Big Tech. Da TikTok a Snap, fino a Alphabet (Google/YouTube), i principali colossi della Silicon Valley devono rispondere di accuse analoghe in centinaia di procedimenti giudiziari avviati da distretti scolastici, famiglie e amministrazioni locali negli Stati Uniti e in Europa. L’impalcatura d’accusa si basa sull’idea che tali piattaforme non siano meri spazi neutrali, bensì prodotti ingegnerizzati per stimolare il rilascio di dopamina e trattenere gli utenti sullo schermo, assimilando di fatto i social network al settore del tabacco o del gioco d’azzardo per impatto sociale e rischi di dipendenza.
Dinanzi all’incapacità percepita delle sanzioni pecuniarie di modificare i modelli di business della Silicon Valley, diversi analisti, giuristi ed ex addetti ai lavori sono arrivati a teorizzare lo smantellamento (breakup) delle piattaforme. Tra le voci più autorevoli c’è quella di Tim Wu, docente di Diritto alla Columbia University ed ex consigliere della Casa Bianca, che nel suo saggio The Curse of Bigness ha sostenuto la necessità di applicare le leggi antitrust storiche: «Dobbiamo considerare seriamente lo smantellamento di Meta; quando un’azienda controlla sia l’infrastruttura fondamentale della comunicazione sia l’attenzione delle nuove generazioni, la regolamentazione da sola non basta più». Gli fa eco Frances Haugen, l’ex data scientist che con i suoi Facebook Papers ha svelato i meccanismi interni dell’azienda: «Meta ha dimostrato ripetutamente di mettere i profitti davanti alla sicurezza dei bambini; l’unico modo per allineare l’interesse pubblico con quello dell’azienda è ridurne drasticamente la scala e separare le sue componenti principali».
