Donald Trump ha concesso altri 10 giorni di tempo per raggiungere un accordo di pace con l’Iran. La decisione è giunta dopo che le crescenti preoccupazioni per la crisi in Medio Oriente hanno travolto Wall Street, portando i listini azionari a registrare la peggior seduta dall’inizio del conflitto.
Giovedì, attraverso la propria piattaforma Truth Social, il presidente statunitense ha annunciato che, su richiesta di Teheran, è stata decisa una “sospensione della distruzione degli impianti energetici” fino al 6 aprile, sostenendo che i colloqui per porre fine alla guerra siano “in corso” e stiano procedendo “molto bene”. L’ennesimo esempio della teoria del TACO (Trump Always Chicken Out) che ha fatto del presidente degli Stati Uniti il giullare dei mercati finanziari (ma con gli annessi e connessi di insider trading).
Il post di Trump, pubblicato appena 11 minuti dopo la chiusura delle contrattazioni a Wall Street, segna l’ennesimo cambio di rotta della Casa Bianca in questo primo mese di guerra contro l’Iran. Nelle ultime settimane, il presidente ha oscillato costantemente tra l’escalation delle operazioni militari e l’apertura di canali diplomatici con Teheran per cessare le ostilità.
La mossa arriva mentre il Pentagono ha ordinato il dispiegamento di migliaia di truppe supplementari in Medio Oriente. Rinforzi che potrebbero essere impiegati in operazioni di terra in territorio iraniano, scenario che rappresenterebbe una drastica escalation del coinvolgimento statunitense e che rischierebbe di incendiare ulteriormente l’intera regione. La scelta di Trump di concedere ulteriore tempo ai negoziati suggerisce, tuttavia, che il presidente non sia ancora pronto a correre un simile rischio.
Venerdì i mercati asiatici hanno aperto in territorio negativo, invertendo però la rotta nel corso della seduta: a Tokyo l’indice Topix ha guadagnato lo 0,4% nel pomeriggio, mentre l’Hang Seng di Hong Kong è salito dello 0,8%.
La proroga concessa da Trump giunge al termine di una sessione estremamente volatile per i mercati finanziari. Giovedì le borse americane hanno subito il calo giornaliero più pesante degli ultimi due mesi: lo S&P 500, indice di riferimento di Wall Street, ha ceduto l’1,7% toccando i minimi da sei mesi, mentre il Nasdaq Composite, appesantito dai titoli tecnologici, ha perso il 2,4%, segnando una flessione complessiva superiore al 10% rispetto ai picchi di fine ottobre.
Venerdì i futures sullo S&P 500 e sullo Stoxx Europe 600 sono saliti rispettivamente dello 0,4% e dello 0,3%. Sul fronte delle commodity, il Brent è scambiato intorno ai 107,17 dollari al barile (-0,8%), dopo che il benchmark internazionale del greggio aveva registrato, nella giornata precedente, il rialzo più consistente dallo scorso 11 marzo.
I rendimenti dei Treasury decennali sono rimasti stabili intorno al 4,41% nelle prime contrattazioni, dopo la forte pressione di vendita registrata nella sessione precedente. I movimenti di questa settimana riflettono i timori degli investitori che l’aumento dei costi del carburante possa accelerare l’inflazione, impedendo alla Federal Reserve di tagliare i tassi di interesse quest’anno; al contrario, un nuovo rialzo potrebbe essere all’orizzonte. Giovedì l’OCSE ha avvertito che la crisi in Medio Oriente spingerà l’inflazione statunitense al 4,2% quest’anno, il dato più alto tra i paesi del G7.
“Il mercato non si sta comportando in modo erratico: questo è l’aspetto di un mercato efficiente di fronte a un’incertezza radicale”, ha commentato Steven Grey, chief investment officer di Grey Value Management, riferendosi all’estrema volatilità che ha colpito azioni, titoli di Stato e materie prime. “Gli operatori cambiano marcia a una velocità incredibile oppure si sfilano del tutto. La confusione del mercato è interamente razionale”.
Trump aveva inizialmente fissato il 23 marzo come data ultima affinché l’Iran riaprisse lo Stretto di Hormuz, l’arteria vitale per le esportazioni energetiche del Golfo, di fatto chiusa dall’inizio delle ostilità. Una prima proroga era stata concessa lunedì fino al 27 marzo, sempre tramite un post su Truth Social in cui si faceva riferimento a “conversazioni molto buone e produttive riguardo a una risoluzione completa e totale delle ostilità”.
