Yardeni: non è ancora il momento di «premere il pulsante del panico»

I rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza continuano a salire verso livelli che non si vedevano da decenni. Anche in Europa.

I titoli tecnologici trascinano al ribasso i futures, mentre sui mercati obbligazionari torna a farsi sentire una vecchia paura: quella dei “bond vigilantes”, gli investitori pronti a punire governi e banche centrali quando ritengono che debito e inflazione stiano sfuggendo di mano.

I rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza continuano infatti a salire verso livelli che non si vedevano da decenni. E il movimento non riguarda soltanto gli Stati Uniti: i rendimenti dei bond trentennali stanno aumentando in tutto il mondo, mentre il rialzo del petrolio riaccende i timori sull’inflazione.

Ed Yardeni, il veterano strategist che negli anni Ottanta coniò proprio l’espressione “bond vigilantes”, sostiene che gli investitori guardano con crescente preoccupazione a due fattori: da una parte, l’enorme aumento dei prestiti contratti dai colossi tecnologici impegnati nella corsa alle infrastrutture per l’intelligenza artificiale; dall’altra, i dubbi sulla capacità della Federal Reserve di restare davvero inflessibile contro l’inflazione.

Per ora, però, Yardeni non parla ancora di emergenza. Non è il momento, dice, di «premere il pulsante del panico».

A concentrare le tensioni sono soprattutto le obbligazioni con scadenze più lunghe. È qui che si stanno scaricando le paure degli investitori: dall’inflazione persistente all’esplosione degli investimenti nell’AI finanziati a debito. E il conto, sempre più salato, lo stanno pagando anche i governi.

I costi di finanziamento sovrani stanno infatti salendo quasi ovunque. Questa settimana il rendimento del Treasury americano a 30 anni ha raggiunto il livello più alto dal 2007. In Francia i costi del debito sono saliti ai massimi dal 2008, mentre in Germania i rendimenti dei titoli di pari durata sono tornati sui livelli del 2011.

Nel Regno Unito i rendimenti trentennali si stanno avvicinando al 6%, mentre in Giappone quelli sulle scadenze analoghe sono ormai vicini ai massimi storici.

Dietro questa impennata non ci sono soltanto problemi specifici dei singoli Paesi. Gli investitori temono che l’inflazione possa rivelarsi più resistente del previsto, guardano con crescente diffidenza ai governi molto indebitati e devono fare i conti anche con cambiamenti strutturali e demografici che stanno riducendo la domanda di obbligazioni.

Per i ministri delle Finanze è una situazione particolarmente scomoda. Molti governi stanno cercando di correre ai ripari spostando una parte delle nuove emissioni verso scadenze più brevi, dove i rendimenti sono inferiori.

Ma lo spazio di manovra è limitato. Il problema di fondo è che il mondo dei tassi quasi a zero appartiene ormai al passato: i governi non possono più contare sulla possibilità di finanziarsi per decenni a costi estremamente bassi.

Negli Stati Uniti c’è poi un elemento ulteriore che preoccupa il mercato dei Treasury. Secondo Yardeni, gli investitori stanno osservando con attenzione l’impennata del debito contratto dai grandi gruppi tecnologici che stanno costruendo data center, reti e infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Questi colossi hanno bisogno di quantità enormi di capitali e, finanziandosi sui mercati, finiscono per competere con il governo americano per attirare gli stessi investitori.

A questo si aggiunge un altro interrogativo: cosa farà la Fed se il petrolio continuerà a salire e l’inflazione tornerà ad accelerare? Gli investitori vogliono capire se la banca centrale resterà determinata a combattere l’aumento dei prezzi o se finirà per adottare una linea più accomodante.

«Non stiamo premendo il pulsante del panico», ha scritto la società di Yardeni in un report pubblicato oggi.

Ma subito dopo arriva l’avvertimento: «Stiamo però osservando molto attentamente se a farlo potrebbero essere i bond vigilantes».

Ed è proprio questo il punto. Per ora non siamo davanti a una crisi conclamata. Ma il mercato obbligazionario sta mandando un messaggio sempre più difficile da ignorare: chi vuole continuare a indebitarsi dovrà pagare di più. E questo vale tanto per i governi quanto per i giganti dell’intelligenza artificiale.

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