Sta suscitando profonda indignazione il caso del gruppo Facebook “Mia Moglie”, una comunità online che raccoglieva e diffondeva, senza alcun consenso, immagini intime di donne ritratte in contesti privati. Il gruppo, che contava oltre 31 mila iscritti, è ora al centro di una bufera mediatica e di una denuncia alla Polizia postale.
Le immagini pubblicate includevano donne in costume da bagno, ragazze ritratte mentre cucinano o si rilassano sul divano, spesso in intimo e tutte condivise senza autorizzazione, da partner o ex. A denunciare il gruppo Facebook è stata “No Justice No Peace”, con l’iniziativa “Not All Men”, che raccoglie testimonianze di violenza e abusi subiti da donne.
Dopo la denuncia, la pagina è stata sommersa da commenti di condanna e richieste di chiusura immediata. L’organizzazione ha definito le attività del gruppo come “una palese forma di abuso, pornografia non consensuale e misoginia sistemica”, invitando gli utenti a segnalarlo direttamente a Facebook. “Chi partecipa a questo scempio è complice di un crimine”, si legge in un post su Instagram.
Il gruppo Facebook risulta in queste ore essere stato chiuso, ma fino a non molto tempo fa era operativo e pubblico da sette anni, con una partecipazione attiva di oltre trentamila uomini.
Anche il Financial Times ha dato spazio allo scandalo della pagina Facebook “Mia moglie”, in un articolo intitolato: Italy outraged over men sharing intimate photos of their wives online dove sono spiegati i provvedimenti presi (con grave ritardo) da Meta, proprietaria del social.
Scrive su LinkedIn Rita Rapisardi, giornalista freelance:
Succede che esiste un gruppo qui su facebook con oltre 32mila iscritti, che stanno diminuendo di ora in ora, così come i post, i cui iscritti, tutti uomini, spesso con nomi pubblici (ma che stanno correndo al riparo nascondendosi dietro soprannomi), postano le foto di mogli, fidanzate, amanti ecc e chiedono di commentarle. Come forma di eccitazione o in rari casi, pare, da quello che leggo, anche per trovare qualcuno per fare scambi di coppia.
L’idea che ne esce fuori è però che queste foto molto intime, in posa, in intimo e private, talvolta scattate di nascosto, finiscano lì senza il consenso delle interessate, configurando quindi un reato, il cosiddetto “revenge p@rn”. Da poche ore in questo gruppo, che è aperto e pubblico, non serve iscrizione, in molte (e molti) sono giunte indignate dicendo che avrebbero segnalato a fb, ma anche alla polizia postale.
In tanti trovano amici lì iscritti che postano di persone che conoscono. Intanto gli omini corrono al riparo e dicono di aver creato un nuovo gruppo privato, più sicuro, contro i moralisti.
Non sono cose nuove, in piattaforme più sicure come Telegram esiste molto di peggio. Lì non si cerca il vouyerismo o esibire la donna come trofeo eccitandosi ai commenti bavosi di maschi sconosciuti, lì si cerca vendetta, perché si è stati lasciati o rifiutati. Si diffondono dati personali e si mandano orde di sconosciuti a intasare i social delle vittime, insultandole in ogni modo.
Per le donne non esiste un posto sicuro, non è mai esistito. Le ultime che ho sentito in questi mesi sono gli abusi su Vinted (app di compravendita), sui robot e all’Ai. Per dire.