Un’esclusiva inchiesta di Reuters getta una luce sinistra sulle strategie di Meta per proteggere il proprio impero pubblicitario. Documenti interni, redatti tra il 2021 e il 2025 dai dipartimenti legale, finanziario e della sicurezza, rivelano l’esistenza di un “playbook” globale: un manuale di tattiche progettato non per eliminare le truffe, ma per “gestire la percezione” dei regolatori e ritardare l’introduzione di leggi restrittive.
Il trucco della Ad Library: sparire dai radar
Il caso pilota è avvenuto in Giappone nel 2023. Di fronte a un’ondata di truffe basate su falsi investimenti e deepfake di celebrità, Meta temeva che il governo di Tokyo imponesse la verifica universale dell’identità degli inserzionisti. Per scongiurare il rischio, l’azienda ha manipolato la sua Ad Library, lo strumento pubblico di trasparenza dove chiunque può cercare le inserzioni attive.
I tecnici di Meta hanno identificato le parole chiave (come “profitto garantito”) e i nomi dei personaggi famosi più cercati dalle autorità giapponesi. Hanno quindi eseguito scansioni ossessive su questi termini, eliminando le truffe dai risultati di ricerca proprio mentre i regolatori effettuavano i loro controlli. L’obiettivo era rendere i contenuti illeciti “non trovabili” per investigatori e giornalisti, creando l’illusione di una piattaforma pulita. Sandeep Abraham, ex investigatore frodi di Meta, ha definito questa pratica un “teatro regolatorio”: un modo per darsi un buon voto alterando i dati del test.
I numeri del paradosso: 7 miliardi di motivi per non agire
Perché Meta non introduce la verifica dell’identità per tutti, come fatto da Google (che oggi dichiara di aver verificato il 90% dei suoi inserzionisti)? La risposta è puramente economica. I documenti rivelano che:
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Le inserzioni ad “alto rischio” (truffe o beni illeciti) generano fino a 7 miliardi di dollari l’anno per Meta.
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Implementare la verifica universale costerebbe all’azienda circa 2 miliardi di dollari.
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L’esclusione degli inserzionisti non verificati causerebbe una perdita di fatturato stimata fino al 4,8%.
Nonostante Meta sia in grado di implementare la verifica globale in meno di sei settimane, il vertice ha scelto una posizione “puramente reattiva”. Questo significa resistere alle normative tramite lobbying e accettare obblighi di sicurezza solo quando non esiste altra scelta legale.
L’effetto “Whack-a-Mole” (Acchiappa la talpa)
L’inchiesta evidenzia anche un cinismo algoritmico inquietante. Quando Meta è costretta a bloccare le truffe in un mercato specifico a causa di leggi severe — come accaduto a Taiwan, dove una nuova normativa ha ridotto le frodi del 96% — le inserzioni non spariscono dal sistema. Gli algoritmi di Meta reindirizzano automaticamente il traffico illecito verso altri Paesi dove i controlli sono più blandi. In pratica, il danno non viene rimosso, ma semplicemente “delocalizzato” per non perdere ricavi.
Lobbying
Il “manuale” di Meta prevede anche strategie di influenza politica. Ad Hong Kong, l’azienda ha coordinato un “fronte unito” con Google per spingere i regolatori verso una “carta anti-truffa” puramente volontaria. Questo ha permesso di evitare modifiche strutturali ai prodotti e obblighi di verifica che avrebbero richiesto nuovi investimenti. Gli addetti alle politiche di Meta si sono vantati internamente di aver “neutralizzato” impegni vincolanti attraverso “negoziazioni abili”.
Il fronte legale: rischi da 9 miliardi
Oggi la pressione sta raggiungendo livelli critici. A Singapore, la polizia ha segnalato che oltre il 90% delle truffe sui social avviene su piattaforme Meta. Negli Stati Uniti, senatori e procuratori generali chiedono indagini federali alla FTC per profitti illeciti derivanti da frodi consapevoli.
In Europa, la Commissione UE ha inviato richieste formali di informazioni, sospettando la violazione delle normative sulla trasparenza. Secondo i calcoli interni di Meta, se l’Europa dovesse approvare leggi che rendono la piattaforma civilmente responsabile per le perdite finanziarie subite dagli utenti a causa di truffe non rimosse, il costo per l’azienda potrebbe toccare i 9,3 miliardi di dollari.
Fonte: Reuters