Banche, Moody’s: “23 miliardi per liberarsi dei crediti deteriorati”

Alle 14 banche italiane sotto la supervisione delle Bce servirebbero 23 miliardi di euro di capitale per liberarsi dei crediti deteriorati mantenendo un CET1 di 100 punti base …

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Alle 14 banche italiane sotto la supervisione delle Bce servirebbero 23 miliardi di euro di capitale per liberarsi dei crediti deteriorati mantenendo un CET1 di 100 punti base sopra i ratio previsti dalla Bce. Lo afferma Moody’s simulando una ristrutturazione stile Monte dei Paschi di Siena per gli altri istituti italiani.

“Le Banche con una redditività più debole dovrebbero raccogliere più capitale, in alcuni casi eccedendo la loro capitalizzazione di mercato.La simulazione è un esercizio teorico e non rappresenta un’opinione sulla stabilità finanziaria del sistema bancario italiano”, mette in evidenza Moody’s, precisando che la simulazione non è uno scenario probabile.

Consiglio direttivo Bce senza soluzioni

Una crescita economica che rallenta pochi mesi dopo un potenziamento degli stimoli monetari all’economia non è lo scenario più esaltante possibile per un banchiere centrale. Ma è quello con cui fare i conti al Consiglio direttivo della Bce, che la sera di mercoledì 7 settembre è tornato a riunirsi a Francoforte, alla cena informale che precede l’incontro operativo sulle decisioni di politica monetaria di giovedì 8.

La maggior parte degli analisti non prevede variazioni al costo del danaro, dopo che lo scorso marzo il principale tasso di rifinanziamento è stato azzerato, mentre il tasso sui depositi custoditi per conto delle banche, già negativo, è stato portato al meno 0,40 per cento. Né, in assenza di segnali preparatori in tal senso, sono attesi ulteriori potenziamenti delle massicce misure non convenzionali con cui da tempo ormai la Bce cerca di rivitalizzare l’economia, con l’obiettivo finale di favorire un ritorno dell’inflazione a valori di sicurezza (poco sotto il 2 per cento laddove ora è vicina a zero).

In particolare la mole mensile del programma di acquisti di titoli di Stato e privati, il quantitative easing che sempre a marzo era stata potenziata a 80 miliardi di euro dai precedenti 60 miliardi al mese. L’ammontare totale dei titoli pubblici rilevato con questo strumento ha appena oltrepassato la soglia simbolica dei 1.000 miliardi. Le decisioni operative sono attese per le 13:45 dell’8 settembre, successivamente, alle 14:30, il presidente Mario Draghi incontrerà i giornalisti per la consueta conferenza stampa operativa.

Intanto è stato confermato il rallentamento della crescita economica, con il Pil dell’area euro aumentato dello 0,3 per cento nel secondo trimestre (quindi subito dopo l’ultimo potenziamento monetario) a fronte del più 0,5 per cento dei primi tre mesi. In Italia e Francia la crescita si è proprio azzerata. E in generale gli economisti temono che il secondo semestre, complici anche le conseguenze del voto pro Brexit, che però restano difficili da quantificare, si riveli più debole della prima metà dell’anno.

Scenario di indebolimento che ha trovato ulteriori riscontri negli indicatori sull’attività economica delle imprese e nei cali di ordini e produzione dell’industria in Germania. Diversi osservatori non escludono, ma nemmeno danno per scontato, una possibile proroga del Qe oltre la scadenza attuale, fissata al marzo del 2017. Il Financial Times rileva tuttavia che anche questo semplice provvedimento potrebbe risultare problematico, a causa dell’assottigliarsi dei titoli idonei ad essere acquistati, sulla base dei parametri attuali. Ad esempio oltre un titolo di Stato su due della Germania ormai non è acquistabile dalla Bce, dato che offre rendimenti inferiori al tasso sui depositi (-0,40%).

L’istituzione dovrebbe quindi rivedere questi parametri o avviare un processo di analisi per arrivare a questa revisione. Ma secondo il quotidiano questo potrebbe riaprire i dissensi interni, in particolare con la froda oltranzista capeggiata dal tedesco Jens Weidmann.

Un’altra ipotesi è che la Bce dia semplicemente segnali per preparare il terreno a future decisioni in tal senso. Ma si tratterebbe di una strategia potenzialmente insidiosa, visto che le aspettative dei mercati sono difficilmente gestibili e che quando montano ben oltre quello che poi sono le misure concrete che vengono sfornate ne risultano correzioni degli indici che possono rivelarsi particolarmente brutali e sgradite, come avvenuto in passate occasioni.

Draghi è stato silenzioso nelle ultime settimane, anche prima del direttorio di luglio, forse anche a causa delle difficoltà nell’elaborare valutazioni sulle conseguenze dell’inatteso voto per la Brexit nel Regno Unito. Non ha peraltro partecipato al consueto incontro tra banchieri centrali a Jackson Hole, organizzato dalla Fed di Kansas City. Nell’ultimo Consiglio, il 21 luglio scorso, il capo della Bce aveva rilevato che a questo direttorio sarebbero state disponibili anche le nuove previsioni su inflazione e crescita economica dei tecnici dell’istituzione.

Peraltro, buona parte dell’attenzione era stata magnetizzata dai problemi delle banche italiane, sotto tiro a causa dell’elevata mole di crediti deteriorati. Su questo versante la tensione si è in parte smorzata dopo la pubblicazione degli stress test, a fine luglio, e dopo che Mps, la banca più sotto pressione, ha varato un piano di smaltimento totale di queste poste, che tuttavia non è riuscito a evitare altri pesanti cali in Borsa. Tematiche su cui il banchiere centrale potrebbe essere nuovamente interpellato.

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