Germania: Merkel IV, governo socialdemocratico. Austerity morbida?

Il ministero delle Finanze e gli Esteri alla SPD con Olaf Scholz (nella foto) e Martin Schulz. Berlino si pone davvero alla guida di Bruxelles.

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Dopo una notte di negoziati, Cdp-Csu e Spd hanno trovato all’alba l’accordo per la formazione del nuovo Governo. Ad annunciarlo è stato il sito del settimanale di Amburgo Der Spiegel, secondo cui sarebbe stata anche concordata la ripartizione dei ministeri. Il partito di Angela Merkel avrebbe ceduto ai socialisti il ministero degli Affari Esteri e i portafogli Finanze e Lavoro.

Secondo i media tedeschi, il ministero delle Finanze del nuovo governo sarà assegnato al sindaco di Amburgo, Olaf Scholz, esponente della Spd. Sarà invece Martin Schulz a guidare il ministero degli Esteri, che però secondo indiscrezioni lascerebbe contemporaneamente la leadership del partito all’astro nascente Andrea Nalhes Secondo Der Spiegel, la Spd sarà incaricata anche dei ministeri di Giustizia, Famiglia e Ambiente. Il ministero dell’Interno sarebbe invece assegnato al leader dei cristiano-sociali della Baviera, Horst Seehofer. Inoltre, il partito Csu controllerebbe i ministeri di Trasporti e Sviluppo. Esponenti della Cdu di Angela Merkel sarebbero titolari dei ministeri di Difesa, Economia, Agricoltura, Salute ed Educazione.

“Stanchi, ma felici, l’accordo c’è. Finalmente“. A scriverlo su whatsup è stata la leadership del Partito socialdemocratico tedesco, dopo l’intesa sulla formazione della Grande coalizione di governo, arrivata a quasi quattro mesi e mezzo dal voto. E su whatusp è stata anche postata una foto di gruppo che mostra i sette esponenti della Spd sorridenti, al termine della maratona negoziale. Alla domanda su come si sentisse dopo 24 ore di trattative nel quartier generale della Cdu della cancelliera Angela Merkel, Scholz ha risposto: “Molto bene, adesso vado a dormire”.

Ora il voto della base della Spd

Iniziato il 24 settembre, con il voto per il rinnovo del Bundestag, il lungo processo per dare un nuovo governo alla Germania – il più lungo periodo senza esecutivo per il Paese dal 1949 – ha compiuto oggi un passo avanti decisivo con l’accordo tra i tre partiti coinvolti. Ma ancora restano alcune tappe da compiere. La principale riguarda il voto – vincolante – della base Spd: 463.723 iscritti, tutti quelli che risultavano inseriti nelle liste del partito alle 18 di ieri, pari a 24.339 in più rispetto all’inizio di gennaio, chiamati a pronunciarsi sull’accordo. In vista del voto, il 17 febbraio il segretario del partito Martin Schulz avvierà una campagna di mobilitazione della base per spingere in direzione di un sì all’intesa di governo, cercando di frenare la parte contraria ad una nuova Grande Coalizione, la stessa che ha fatto campagna per nuove iscrizioni con lo slogan “Tritt ein sag nein”, “entra e dì di no”. 

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L’accordo per una Grande coalizione c’è. Ed è la base “per un governo buono e stabile di cui il nostro Paese ha bisogno e che molti nel mondo si aspettano da noi”, ha sottolineato Angela Merkel in una conferenza stampa con gli altri due ‘big’ dell’eventuale GroKo, Martin Schulz e Horst Seehofer. Anche se la cancelliera ha confermato le voci su un ‘ultimo miglio’ faticoso sulla distribuzione dei ministeri: “Non è stato facile”, ha ammesso in conferenza stampa. Ed è una questione che sta già creando molti malumori nel suo partito: il Consiglio economico della Cdu lo ha bocciato. E il parlamentare Olaf Gutting ha sintetizzato con ironia su Twitter il clima che si respira tra i conservatori: “Fiuuu! Almeno abbiamo tenuto la cancelleria”. Schulz ha parlato di un’intesa “che porta molto la firma della Spd” ed annuncia: “Con la nuova coalizione ci sarà un cambio di direzione sulla Ue”.

E, in effetti, tre ministeri chiave potrebbero andare alla Spd, se i vertici del partito daranno l’assenso all’accordo. Martin Schulz potrebbe ottenere gli Esteri, la Spd avrebbe anche conquistato il dicastero del Lavoro, dove la candidata principale è Eva Hoegl, e persino le Finanze, dove potrebbe arrivare il sindaco di Amburgo Olaf Scholz. Per accontentare la parte del partito che non voleva Schulz nel nuovo gabinetto Merkel, il leader dei socialdemocratici avrebbe rinunciato alla poltrona di vicecancelliere, che andrebbe a Scholz. E potrebbe persino cedere la guida della Spd ad Andrea Nahles, ex ministra del Lavoro e attualmente capogruppo al Bundestag.
Un altro dettaglio importante è che sembra che i bavaresi della Csu abbiano chiesto, e ottenuto, un ministero dell’Interno rafforzato, per il leader Horst Seehofer. Manterrebbero anche il ministero dei Trasporti. Alla Cdu resterebbe il ministero della Difesa con Ursula von der Leyen, e il partito di Merkel si prenderebbe quello dell’Economia, dove potrebbe arrivare il fedelissimo di Merkel, Peter Altmaier. Alla Cdu anche la Sanità.

Quando anche gli ultimi dettagli saranno precipitati nel contratto di coalizione, la Spd avvierà il referendum tra gli oltre 460mila iscritti, che nelle ultime settimane si sono arricchiti di 24mila nuovi ingressi. Il verdetto è atteso per i primi giorni di marzo. Se i membri della Spd voteranno contro, la Grande coalizione sarà morta prima ancora di nascere.

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I numeri del recente governo tedesco parlano chiaro: tre ministeri di peso all’Spd (Esteri, Finanze, Welfare) con l’aggiunta di Ambiente, Famiglia e Giustizia; un super ministero (Interni) e due strategici come i Trasporti e lo Sviluppo Digitale alla Csu, tre ministeri alla Cdu, che controllerà Economia, Difesa e Salute. Se si prendesse in considerazione il solo fattore aritmetico, la valutazione politica sarebbe molto positiva per la Spd – che aveva registrato nel voto di settembre il risultato più basso della sua storia, 21 per cento – abbastanza positiva per la Csu, anch’essa penalizzata dalle urne, in particolare per il patrimonio di voti scivolato alla sua destra, e pessima per la Cdu, il partito della cancelliera, che si intesta comunque, dopo quasi cinque mesi di negoziati, il primato di aver portato a casa la terza grande coalizione consecutiva della storia politica tedesca.

Dietro l’aritmetica, c’è la politica. Martin Schulz, il socialdemocratico che fino a ieri sarebbe stato ricordato come il protagonista della peggiore sconfitta dell’Spd dal dopoguerra, sarà ministro degli Esteri, la sponda perfetta per Emmanuel Macron, e una garanzia al rafforzamento dell’asse franco-tedesco in Europa, forte anche della sua lunga esperienza nelle istituzioni comunitarie. Horst Seehofer, governatore della Baviera e leader della Csu, prenderà la guida del ministero degli Interni, un’occasione per rispondere al suo elettorato – parte del quale lo aveva abbandonato per il partito di estrema destra Afd- con quelle politiche ispirate al rafforzamento dei controlli sugli ingressi di migranti e alla promozione dei respingimenti, che già sono diventati una cifra distintiva delle politiche locali dei singoli Laender. Accanto a loro – nel ruolo chiave che fu di Wolfgang Schaeuble al ministero delle Finanze – arriva il sindaco di Amburgo Olaf Scholz, che assumerà anche la carica di vice cancelliere.

La domanda che molti sostenitori della Cdu si facevano al termine delle prime indiscrezioni sui nomi dei ministri e sulla composizione del governo era semplice e sconcertata: come mai la cancelliera ha incassato così poco per il suo partito? A ben vedere, però, questo è il risultato della progressiva «merkelizzazione» del panorama politico. Nei posti chiave si trovano infatti uomini che hanno condiviso con Angela Merkel anni di lavoro in comune, e che hanno pagato il prezzo politico della grande coalizione, sacrificando il consenso dei loro partiti sull’altare della stabilità e della governabilità delineata dalla Cancelliera. Schulz è il primo: come non ricordare il suo imbarazzo nei duelli televisivi precedenti il voto, quando si trovava a non poter nè criticare nè contrastare le scelte del governo Merkel, dal momento che ne aveva fatto parte fino al giorno prima? L’altro è Seehofer, costretto a prendersi i fischi nel palco della sua Monaco mentre introduceva la Cancelliera e il suo programma politico, considerato dall’elettorato Csu troppo debole sul fronte del contenimento dei flussi migratori.

Oggi entrambi sono passati all’incasso, ma da tempo risultano ampiamente addomesticati alle politiche del governo Merkel. Infine Olaf Scholz, apparentemente un outsider rispetto al disegno di un «governo della Cancelliera». Solo apparentemente però: ai tempi di Agenda 2010, il programma di rivoluzione del welfare costato a Schroeder le elezioni e di cui Merkel ha poi raccolto i risultati, Scholz era l’uomo a cui era stato affidato il difficile compito di diffondere i principi di Hartz IV, e di farsi portavoce di quell’impopolare pacchetto di riforme: «Ero il venditore del messaggio, ho dovuto mostrare un po’ di inesorabilità, non c’era spazio di manovra. E sapevo – disse nel corso di un’intervista – che dopo tutte quelle critiche la mia carriera politica avrebbe conosciuto un arresto per uno, due, tre anni». Oggi Merkel lo riporta ai livelli federali puntando sul suo aspetto riformista e garantendosi con il dicastero dell’Economia, le cui competenze potrebbero, all’occorrenza, essere ridefinite su alcuni dossier strategici. Un’omogeneizzazione in senso merkelista che deve avere – agli occhi della cancelliera – un ulteriore pregio tattico: quello di aver isolato i liberali dell’Fdp, gli unici che non si sono allineati.

 

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