A 80 anni dalla liberazione: l’Italia democratica nell’Europa democratica

di Cosimo Risi - 25 aprile non sobrio ma sbandierato. Non è importante la forma istituzionale specifica dell'Europa unita, quanto il superare il modello nazionale con una struttura sovranazionale. Il nuovo progetto deve prevenire guerre, promuovere crescita economica eliminando protezionismi, e contrastare i nazionalismi attraverso democrazia e libertà.

di Cosimo Risi

In principio è Jean Monnet, un costruttore dell’Europa unita. Nel 1940, “in questa ora così grave nella storia del mondo moderno”, quando l’avanzata della Germania in Europa pare incontenibile e l’Italia si unisce all’aggressione, Jean Monnet pone il tema essenziale per l’oggi e per il domani. Occorre difendere “la giustizia e la libertà contro l’asservimento ad un sistema che riduce l’umanità alla condizione di robot e schiavi”.

Lo scontro di civiltà va in scena sul fronte franco-tedesco, quello è il confine fra due concezioni del mondo.  Monnet, francese di Cognac, inquadra il conflitto come militare e ideale: fra giustizia e libertà da una parte, illibertà e violenza dall’altra. L’avanzata dell’Asse esibisce il vessillo del totalitarismo nazi-fascista.

La civiltà europea è a rischio, solo lo sforzo congiunto delle democrazie può salvarla. Unirsi o perire, questo il dilemma che Monnet medita di sciogliere con l’Unione franco-britannica. Non vi sono altri paesi europei sulla stessa lunghezza d’onda, per ora l’Unione resterà limitata a Francia e Regno Unito, in futuro si allargherà al punto da abbracciare buona parte del Continente.

Monnet elabora una Dichiarazione franco-britannica (Londra, 16 giugno 1940) per asserire che “solo l’Unione totale della Francia e della Gran Bretagna salvaguarderebbe la possibilità di vittoria”. Le due nazioni non saranno più tali, “ma una sola Unione” con istituzioni comuni a governare la difesa e la direzione della politica estera. Unione politica e unione economica e finanziaria dovrebbero procedere di pari passo, secondo quell’approccio organico che Monnet riproporrà nel passaggio dalla CECA (Comunità europea dell’acciaio e del carbone) alla CED (Comunità europea di difesa).

L’Unione franco-britannica non vede la luce nel 1940, la Francia capitola prima di firmare la Dichiarazione. La CED non vedrà la luce nel 1954 per la mancata ratifica francese. La via è comunque delineata sul piano teorico, tornerà utile nel dopoguerra. Nell’immediato, occorre che gli Stati Uniti, l’alleato naturale nello scontro di civiltà, scendano in campo a portare “alla causa comune l’aiuto della loro potenza materiale”. Con l’aiuto americano si può sperare nella vittoria. La vittoria infatti verrà.

La riflessione di Monnet si sposta allora verso l’assetto post-bellico. L’equilibrio del potere è fortemente modificato. L’alleato di comodo della guerra (l’Unione Sovietica) diventa il nuovo avversario, i vecchi avversari (Germania e Italia) diventano i nuovi alleati. L’Europa occidentale va ricostruita attorno ai principi democratici. Consapevoli però che abbiamo rinunciato a scrivere la storia, che il polo della civiltà si situa negli Stati Uniti, il grande quanto ingombrante amico.

L’Europa frammentata degli stati nazionali, con il loro bagaglio di sovranità consunta dagli eventi, avrà poco da dire nel nuovo equilibrio, a meno che non trovi al suo interno le ragioni dell’unità. La divisione fra gli stati è di per sé una minaccia per la pace e una remora per lo sviluppo.

Nel 1943, da Algeri, Monnet scrive che “non ci sarà pace in Europa se gli stati si ricostituiscono su una base di sovranità con quello che comporta in termini di politica di prestigio e di protezione economica. Se i paesi d’Europa si proteggono di nuovo gli uni contro gli altri, la costituzione di grandi armate sarà nuovamente necessaria”.      Il ritorno alla pratica delle sovranità nazionali assolute ha i germi del riarmo militare e del protezionismo economico. L’uno e l’altro impediranno la rinascita d’Europa e la consegneranno per sempre all’archivio della storia.

In conclusione: “la prosperità e gli indispensabili sviluppi sociali sono impossibili, a meno che gli Stati d’Europa non formino una Federazione o una entità europea che ne faccia un’unità economica comune”. Il futuro di vincitori e sconfitti sta nel riconoscere che non potranno dissociarsi dall’Europa, in quanto patria comune dei popoli europei per i profili intellettuale, materiale, militare.

Monnet non si cura dell’apparato istituzionale da applicare all’Europa unita, poco importa che si chiami federazione o genericamente entità. Egli pone l’obiettivo di superare la dimensione nazionale a favore della dimensione sovranazionale. Va creato un nuovo modello, diverso dal quadro intergovernativo della Società delle Nazioni. L’Europa unita ha una missione da compiere: prevenire la possibilità di una nuova guerra, favorire la crescita economica abbattendo le barriere del protezionismo, sconfiggere i nazionalismi con la strumentazione della democrazia e delle libertà.

Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali  al Collegio europeo di Parma. Il suo ultimo libro è “Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali” (Luca Sossella Editore, 2024)

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Nuovo Giornale Nazionale, che ringraziamo

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