E se i Btp dovessero essere ristrutturati, anche aggressivamente?

Si tratta della cartolarizzazione di debito emesso dai vari paesi dell’eurozona fino a un controvalore pari al 60% del Pil. Tutti i bond sovrani come Btp, Bund, Oat …

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Si tratta della cartolarizzazione di debito emesso dai vari paesi dell’eurozona fino a un controvalore pari al 60% del Pil. Tutti i bond sovrani come Btp, Bund, Oat e Bonos verrebbero assemblati e ridistribuiti in due tranche, una senior e una junior.

Non c’è bisogno dei potentissimi  radiotelescopi del Seti, protesi a captare qualsiasi bisbiglio cosmico alla ricerca di messaggi alieni, per  ascoltare il profondo silenzio che è sceso improvvisamente su Washington DC.

Tace e si è ritirata  in    una    fase    di    meditazione    la  commissione del Congresso che deve  valutare  i  legami  tra  Trump  e  i  russi,  prodromica  all’impeachment  del  presidente.  Tacciono  e  sono  tornati  a  casa  i  manifestanti  che,  fatto  raro  per l’America, avevano riempito le strade della capitale e promesso cortei  sempre più imponenti per denunciare e sventare la fascistizzazione in corso.

Tace  il  nuovo Congresso, che  fino  ad ora  non ha combinato  niente  e  che  si  prepara  a  una  lunga  vacanza  pasquale  cui  seguirà  presto  una  lunghissima  vacanza estiva. Tace l’idrovora di Trump, quella che doveva prosciugare la  grande   palude   di   Washington.   Il   blocco   delle   assunzioni   di   dipendenti  pubblici,   il   primo   decreto   firmato   nella   sala   ovale   davanti   a   tutte   le  televisioni,  non  è  stato  rinnovato  ed  è  stato  sostituito  dalla  richiesta  a  tutti  gli  uffici  federali  di  produrre  proposte  di  autoriforma  (le  burocrazie  sono  notoriamente  famose  per  la loro  capacità  e  volontà  di rinnovarsi e snellirsi).  E  perfino  il  carrozzone  più  efferato,  quella  Export  Import  Bank  che  ha  sempre  elargito  credito  alle  multinazionali  amiche  del  governo  nella  più  totale  opacità  e  che  ogni  repubblicano  ha  sognato  di  radere  al  suolo,  verrà  tenuta in vita.

Tacciono  gli  economisti  trumpiani  della  prima  ora,  Navarro,  Malpass,  Kudlow,  quelli  che,  insieme  a  Taylor  e  a  Feldstein,  si  preparavano  a  diventare  governatori  della  Fed  l’anno  prossimo  o  membri  del  Fomc  già  quest’anno (ci sono tre posti liberi già adesso).

Ora Trump sembra orientato  a  confermare  la  Yellen  proprio  mentre  si  sceglie  come  capoeconomista  dalla  Casa Bianca il brillante Kevin Hassett dell’American Enterprise Institute  (uno  dei  maggiori  pensatoi  repubblicani  di  establishment),  da  sempre  pro – immigrazione e antiprotezionista. E d’altra parte tacciono ormai i lobbisti di  K  Street,  soddisfatti  di  avere  troncato  e  sopito  le  velleità  protezionistiche della  riforma  fiscale  preparata  da  Ryan  e  ormai  in  mano  a  Gary  Cohn,  l’energico democratico ex presidente di Goldman Sachs che la sta rendendo  completamente  irriconoscibile.

Forse  si  salveranno  le  infrastrutture,  una  spesa  una  tantum  da  finanziare  con  l’entrata  una  tantum  dell’imposta  agevolata  sul  rimpatrio  dei  fondi  tenuti  all’estero  dalle  imprese  e  quindi  revenue neutral. La  svolta  centrista  e  proestablishment  di  Trump  è  spettacolare  e  velocissima  non  solo  in  politica  estera  (con  la  Russia  ripristinata  nella  sua  posizione  di  nemico  pubblico  e  Xi  Jinping  omaggiato  in  tutti  i  modi  in  cambio di vaghe promesse sull’apertura cinese ai servizi finanziari americani)  ma  anche  e  soprattutto  sul  versante  domestico.

Il  grande  finanziatore  e  creatore  di  Trump  presidente,  quel  Robert  Mercer  dell’hedge  fund  Renaissance  Technologies  che due anni fa spiegò a Trump  sondaggi   alla   mano   che   una  campagna  elettorale  populista  avrebbe   sbaragliato   qualsiasi  candidato     di     sistema,     sta  perdendo ogni residua influenza  con   il   ridimensionamento   di  Steve   Bannon,   il   suo   uomo  nella West Wing.

Avanziamo l’ipotesi che il centrismo prevarrà anche in Francia, in Italia e  in tutta l’Europa. Nonostante la forte ascesa di Mélenchon e la tenuta della  Le  Pen,  Macron  resta  ampiamente  favorito.  È  probabile  che  governerà  con  una  grande  coalizione  parlamentare  tra  i  socialisti,  i  gollisti  e  il  suo  partito,  En Marche.

La possente impalcatura costituzionale della Quinta Repubblica  si  piegherà  per  fare  posto  alla  grande  coalizione (così come si piegò già negli  anni   Ottanta   per   fare   posto   alla  coabitazione tra presidente e governo  di  colori  diversi)  ma  continuerà  ad  assolvere la sua funzione essenziale di  barriera  contro  le  estreme.  Dovessero  poi  vincere  Mélenchon  o  la  Le  Pen,  entrambi   si   troverebbero   a   dovere  coabitare  con  un  governo  moderato  (il  governo  può  essere  sfiduciato  dall’Assemblea Nazionale, che dopo il  voto  di  giugno rimarrà con  una salda  maggioranza proeuropea).

In  Italia  avremo  tre  schieramenti  elettorali  ma  solo  due  esiti  di  governo  realisticamente  possibili.  Da  una  parte  una  grande  coalizione  di  sistema,  la  più probabile, e dall’altra una coalizione antisistema Cinque Stelle – Lega. La  seconda  avrebbe  una  dispersione  di  posizioni  maggiore  della  prima  ma  entrambe sarebbero sostanzialmente centriste. Per ora gli alieni tacciono.

Nel caso probabile di vittoria di Macron l’euroscetticismo italiano risulterà  isolato e si dovrà accontentare alla fine, in caso di vittoria, della creazione (o  della  discussione  sulla  creazione  eventuale)  di  una  valuta  complementare,  il  cosiddetto   euro   fiscale.   La   valuta   parallela   in   modica   quantità   e   a  circolazione  locale  è  abbastanza  innocua.  Se  la  quantità  è  elevata  è  da  considerare l’anticamera della messa fuori corso della valuta ufficiale, ovvero  della  sua  sostituzione.

Varoufakis  la  propose  in  Grecia  e  Tsipras  la  rifiutò  e  licenziò  Varoufakis.  In  Italia  la  confusione  e  l’ansia  create  dalla  valuta  parallela sarebbero di gran lunga superiori agli eventuali benefici. Dopo   la   conclusione   del   ciclo  elettorale europeo (e quindi dopo le  elezioni  italiane)  se  non  ci  saranno  sorprese  l’Europa  cercherà  di  rafforzare  la  sua  impalcatura.  Non  grandi  cose,  ma  qualche  trave  di  sostegno  nei  punti  più  fragili.  Una  di    queste    travi    sarà    costituita  probabilmente dagli European Safe  Bonds,   i   cosiddetti   ESBies,   una  buona idea che circola già dal 2011  e  che  ora  sembra  sempre  più  matura.

Si  tratta  della  cartolarizzazione  di  debito emesso dai vari paesi dell’eurozona fino a un controvalore pari al 60  per   cento   del   Pil.   Btp,   Bund,   Oat   e   Bonos   verrebbero   assemblati   e  ridistribuiti in due tranche, una senior e una junior. Se i Btp dovessero essere  ristrutturati,   anche   aggressivamente,   il   danno   verrebbe   assorbito   dalla  tranche  junior.  In  questo  modo  si  verrebbe  a  creare  un  debito  paneuropeo  sicuro  (nella  parte  senior)  senza  mutualizzazione  e  con  una  cedola  molto  bassa (sempre per la parte senior).

Questo aiuterebbe molto l’Italia senza in  nessun modo danneggiare la Germania (l’idea degli ESBies è di un tedesco). Negli  ultimi  tempi  si  è  preso  a  dire  che  per  il  populismo  è  iniziata  la  parabola discendente. La svolta centrista di Trump e l’eventuale vittoria di  Macron non sarebbero che la conferma di un riflusso già visto in Spagna e in  Olanda. Non c’è dubbio che sia così nel breve.

Tuttavia quelli che insistono  sul populismo in ritirata sono spesso quelli che dicono che l’immigrazione  verso l’Occidente è appena iniziata, che il grosso deve ancora venire e che il  processo è ineluttabile.  Ora  succede  che  il  populismo  si  nutre  di  bassa  crescita  economica  e  di  rifiuto di un’immigrazione fuori controllo.

La crescita globale è quest’anno in  modesta   ripresa,   ma   sembra   azzardato   affermare   (proprio   adesso   che  l’America sta annacquando le sue riforme e che il ciclo globale mostra segni  crescenti  di  maturità)  che  torneremo  ai  livelli  pre – 2008.  Bassa  crescita  e  alti  flussi migratori continueranno quindi ad alimentare il malessere alla base del  populismo.  Il  suo  ridimensionamento  è  quindi  da  considerare  temporaneo  e  non strutturale.

Alla prossima recessione molti nodi ritorneranno al pettine. I mercati sono chiamati ora al compito impegnativo di conciliare e prezzare  da una parte la perdita di senso del Trump trade e dall’altra il ripristino di  uno  status  quo  centrista  che  sembrava  minacciato  dal  protezionismo  e  dalla  destabilizzazione  globale  trumpiana.

L’aggiustamento  alla  nuova  realtà  è  iniziato con lo sgonfiamento del reflation trade legato a Trump (resta in piedi  il  reflation  trade  da  ciclo  maturo,  ma  qui  i  tempi  sono  molto  più  lunghi).  In  borsa l’erosione dell’indice è modesta e graduale, ma sotto la superficie la  controrotazione  da  banche  e  ciclici  verso  i  difensivi  è  in  America  già  molto  avanti.

Suggeriamo  di  vendere  borsa  americana  e  Bund  su  forza  e  di  acquistare  borsa europea e Oat su debolezza. Il tutto in dosi moderate perché le sorprese  non sono mai da escludere.

di Alessandro Fugnoli

Tratto da Il Rosso e il Nero, copyright Kairos

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