di Marco Emanuele
Axios ha mostrato come, al vertice G7 di Evian, i capi di Stato e di Governo fossero seduti fianco a fianco con gli amministratori delegati delle più grandi aziende tecnologiche del mondo. Occorre trattare questo tema ponendoci domande fondamentali: come si trasforma il potere? Chi lo detiene davvero? In quali forme ?
Axios nota che “si è trattato di una scena storica, persino sconvolgente, che cattura un ordine geopolitico un tempo inimmaginabile”. Gli amministratori delegati delle principali aziende americane sono stati trattati come veri e propri capi di Stato.
Ebbene, non pensiamo che si tratti di un fatto sconvolgente. Occorre, infatti, avere consapevolezza di un quadro internazionale che si trasforma, attraversato da logiche di potenza che ben poco hanno a che fare con il mondo che conoscevamo. Anzitutto, cambiano gli attori geostrategici e, con essi, tutto l’impianto di relazioni internazionali: si trasformano i valori, le pratiche culturali, i rapporti politico-istituzionali ed economici, le regole giuridiche.
Siamo nel pieno di una trasformazione complessiva e discontinua, e il vero problema è come essa debba essere governata. E’ sufficiente il grande lavoro a livello di organizzazioni regionali e internazionali sulla governance di quel che chiamiamo rivoluzione tecnologica o serve altro? Cosa vuoi dire “governance globale” di fronte al tavolo di Evian?

Ciò che serve non è una contrapposizione tra Stati nazionali e aziende tecnologiche ma la presa d’atto che il paradigma tecnologico è diventato politico. Nel laissez-faire dominante, la politica si è arresa a interessi ben più potenti. Ora è tardi per rimediare ma, nel cercare le migliori regole possibili, è decisivo lavorare sulla re-istituzione di un adeguato paradigma politico-strategico per un rinnovato multilateralismo.
Il tavolo di Evian ci dice molte cose. In primo luogo, che tutto si è spostato sul piano tecnologico: dal funzionamento istituzionale alla competizione; dall’uso dell’intelligenza umana come infrastruttura alle trasformazioni della guerra (sempre più ibrida e cognitiva); dalle grandi opportunità in campi sensibili (si pensi alla sanità) all’esplodere di rischi nella condizione onlife (disinformazione, attacchi alle infrastrutture critiche, violenza, radicalizzazione e molto altro). In secondo luogo, il tavolo di Evian ci dice che il potere è molto meno riconoscibile e molto più atomizzato e frammentato di un tempo: mentre, nell’era analogica, le trattative diplomatiche avvenivano tra e nelle capitali “fisiche”, oggi le strategie vengono discusse molto di più nei luoghi in cui si progettano le tecnologie di frontiera.
La responsabilità di ciascuno di noi e di chi governa non può che derivare dalla conoscenza profonda dei fenomeni che viviamo. Proponiamo, da queste pagine, un percorso di ricerca per un rinnovato multilateralismo nel pieno di una grande questione antropologica che è già evidente. Non ci interessa definire vincitori o perdenti ma stabilire un messaggio chiaro: se nulla sarà più come prima, l’umanità planetaria deve re-imparare a camminare, oltre il presente imminente di una politica banale che vive di schermaglie. Mentre altri, davvero, decidono.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato con il titolo “Schermaglie politiche e veri decisori” da theglobaleye.it, che ringraziamo
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Marco Emanuele è Ricercatore Senior presso l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo (PAM), il suo Centre for Global Studies (PAM-CGS) e la SIOI. Rappresentante della rete italiana del pensiero complesso e saggista, ha insegnato a livello universitario l’evoluzione della democrazia – con particolare attenzione all’era dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie emergenti – e la storia dei totalitarismi. I suoi studi approfondiscono in modo specifico il pensiero di Hannah Arendt, Edgar Morin, Mauro Ceruti e Raimon Panikkar. È inoltre editor di The Global Eye.