“Moneta fiscale”, che già dal nome trasuda sovrana ignoranza

Scacciavillani: “In parole povere, il colpo di genio risolutivo per sanare la crisi strutturale italiana che perdura da un paio di decenni, secondo il parterre di grillini, leghisti, …

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Scacciavillani: “In parole povere, il colpo di genio risolutivo per sanare la crisi strutturale italiana che perdura da un paio di decenni, secondo il parterre di grillini, leghisti, berlusconiani e frange sinistre assortite, sarebbe quella di emettere debito pubblico e distribuirlo aggratis”.

Secondo il proverbio necessità e difficoltà aguzzano l’ingegno. Al contrario, in Italia si sta verificando una curiosa involuzione: le difficoltà aguzzano una virulenta forma di frenastrenia che partorisce idee destinate a infrangersi, qual relitto senza timone, contro la frastagliata scogliera della realtà.

Su squallide bancarelle da mercatino politico viene esibita da tempo la proposta di una moneta parallela, ovvero una “moneta nazionale” che affianchi l’euro. Gli appassionati del genere si esaltano per una variante particolarmente strampalata, battezzata “moneta fiscale”, che già dal nome trasuda sovrana ignoranza. Proponenti ed esegeti abbracciano l’intero spettro politico dai Cinque Stelle alla Lega, dalla sinistra militante di Micromega alla destra militonta forzitaliota. A conferma che nel paese del socialista Mussolini, su piante politiche apparentemente antitetiche, finiscono per maturare analoghi frutti avvelenati.

Fu Berlusconi a sdoganare anni fa il concetto di doppia moneta che periodicamente reitera con accorati appelli del tipo: “Serve una nuova moneta per riprenderci la sovranità monetaria. Conservare l’euro per le importazioni e le esportazioni e con una nuova moneta interna provvedere a tutti i pagamenti dello Stato per aiutare chi è rimasto indietro. Sono assolutamente convinto di questa soluzione”. E così, destato dal fischio proveniente da Arcore, un nutrito gregge si mise in cammino belando giulivo.

La “moneta fiscale” viene declinata in varie versioni per target mirati, ad esempio i Certificati di Credito Fiscale de’ sinistra, i minibot leghisti (che preludono alla bungalira), o le novelle am-lire (che al vecchio, ma indomito Caimano evocano l’infanzia). Al di là della denominazione, in pratica si tratta della stessa zuppa di latte rancido: una cambiale che il governo firma e regala con munifica prodigalità ai cittadini (o meglio ad fasce di cittadini o clientele ritenute elettoralmente appetibili).

Tale cambiale avrebbe un valore in quanto il fortunato possessore avrebbe facoltà di usarla per pagare imposte o servizi pubblici (tipo i ticket sanitari). Quindi nelle intenzioni dei proponenti diventerebbe un mezzo di pagamento perché i negozi o i fornitori sarebbero portati ad accettare questa carta straccia, in quanto, male che vada, ci si può saldare l’IVA.

In parole povere, il colpo di genio risolutivo per sanare la crisi strutturale italiana che perdura da un paio di decenni, secondo il parterre di grillini, leghisti, berlusconiani e frange sinistre assortite, sarebbe quella di emettere debito pubblico e distribuirlo aggratis, come direbbe Er Monnezza buonanima. Le uniche differenze con Bot e Cct, sarebbero l’assenza di interesse e la forma cartacea in piccoli tagli (una versione 2.0 dei mini assegni che le banche emettevano negli anni ’70 quando lo stato non era in grado di coniare le monete da 50 e 100).

Ovviamente un’emissione truffaldina del genere violerebbe i trattati europei per almeno due motivi. In primo luogo verrebbe contabilizzata come debito pubblico e finirebbe implacabilmente stritolata sotto i vincoli di Maastricht. In secondo luogo gli estensori del Trattato di Maastricht (poi confluito nel Trattato sull’Unione europea e sul funzionamento dell’Unione europea) non erano sprovveduti (al contrario dei sovranisti de noantri): avevano ampiamente previsto che il morbo della demagogia avrebbe contagiato una novella genìa di furbastri. E pertanto l’art. 3 del Trattato stabilisce che l’Unione Europea ha “competenze esclusive” sulla politica monetaria per “gli Stati membri la cui moneta è l’euro”.

Ma per chi forse un po’ tardo, l’art.128 è più esplicito: “La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione”. Quindi qualsiasi ubbia avessero le grandi menti sovraniste sarebbero spazzate via dalla Corte di giustizia europea e da misure ritorsive della Bce su banche e debito pubblico italiano tali da far desistere all’istante anche il più squinternato dei mestatori.

Ne ha dovuto prendere atto, appena arrivato al potere, persino un illustre sanculotto della doppia moneta: Dimitris Papadimitriou, attuale Ministro dell’Economia e dello Sviluppo nel governo ellenico di Tsipras. A novembre 2016 ha ammesso che la doppia moneta “era un errore” e pertanto si apprestava a “rimboccarsi le maniche” lavorando duramente per convincere che la Grecia è aperta agli investitori.

La parabola ellenica di Syriza dalle utopie ribelliste alla crudezza della realtà racchiude tutta la potenza di una lezione fondamentale: lavorare duro e favorire gli investimenti sono gli unici rimedi alla crisi. Tutto il resto è solo la biada putrida distribuita al mattino nel Paese dei Balocchi.

di Fabio Scacciavillani

Una versione leggermente diversa di questo articolo e’ stata pubblicata su Il Fatto Quotidiano, che ringraziamo, con il titolo “Doppia moneta, la solita illusione del denaro regalato dal governo”.

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