Non capisce nulla chi dice che Papa Francesco è un comunista

Almeno in Italia la sinistra sta attraversando una forte crisi di identità. Una importante rivista culturale cattolica, quasi delusa, parla addirittura di una sinistra che “ha fallito a causa …

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Almeno in Italia la sinistra sta attraversando una forte crisi di identità. Una importante rivista culturale cattolica, quasi delusa, parla addirittura di una sinistra che “ha fallito a causa di personalismi, scissioni e scontri di potere” che la portano a frazionarsi spostando la concretezza politica chiamata a risolvere i problemi del lavoro e della povertà nel rispetto dell’uguaglianza e della fraternità al piano delle infinite discussioni e distinzioni.

E nel frattempo, la condizione dei poveri e dei lavoratori diventa sempre più precaria. Ma sono sempre più numerosi coloro che anche in ambito di elaborazione politica e sociale guardano a Papa Francesco come leader ispiratore di una cultura nuova per disegnare nuovi modelli sociali inclusivi.

L’alternativa Francesco

Si potrebbe quasi dire che nel tramonto delle ideologie e nella crisi dei valori umanistici solidali e non discriminatori papa Francesco offra non tanto modelli prefabbricati di politicapartitica, quanto piuttosto elementi di sapienza sociale ispirati all’umanesimo cristiano e capaci di animare le politiche che vogliano servire l’uomo a cominciare dagli ultimi anziché consolidare il primato del denaro e dell’individualismo sfrenato. Diversi commentatori, ormai, scrivono che per sentire qualcosa di sinistra occorre ascoltare Francesco.

L’accusa di comunismo

In realtà, sebbene dall’ala conservatrice presente anche nella Chiesa egli già in passato veniva accusato di comunismo, nonostante si richiamasse alla dottrina sociale della Chiesa, il papa, come i suoi immediati predecessori ricordano esigenze scritte nel Vangelo che si preoccupano anzitutto di salvaguardare la dignità di ogni uomo fatto a immagine di Dio.

I precedenti sull’immigrazione

Quando ad esempio i suoi avversari sottolineano l’eccessiva attenzione di Francesco al problema degli immigrati, sarebbe utile ricordarsi che già Paolo VI cinquanta anni fa parlava di “collera dei poveri” che prima o poi sarebbe ricaduta sui Paesi del benessere accumulato sullo sfruttamento e l’ingiustizia dei Paesi poveri. Ci sarà pure un motivo per spiegare convergenza e attenzione all’insegnamento sociale cristiano di una rivoluzione umanistica come quella cubana che guarda a Francesco come a un paladino dei diritti umani e della pace.

La lotta per casa, lavoro e terra

Ai predecessori, Francesco aggiunge di suo la passione e il calore umano aperto a tutti, di qualsiasi colore, e il rispetto per ogni persona specialmente se povera, sofferente, provata, debole, scoraggiata. Ma anche una elaborazione consona al nostro tempo quasi necessitato ad ascoltare le esperienze di riscatto sociale che si sono moltiplicate nei Paesi poveri della Terra. Sono ancora vive le parole dette in occasione degli incontri dei movimenti popolari che lottano per la terra, la casa, il lavoro.

Il viaggio in Egitto

Di recente poi, Francesco ha inviato ai partecipanti alla Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (28 aprile – 2 maggio 2017) un messaggio importante che è passato piuttosto sotto silenzio, forse perché in coincidenza con il viaggio apostolico in Egitto.
Tema dell’incontro: “Verso una società partecipativa: nuove strade per l’integrazione sociale e culturale”.  Francesco ha voluto sottolineare la partecipazione sociale come argomento che gli sta molto a cuore. Del resto le democrazie stanno vivendo una pericolosa crisi di partecipazione.

Processo di partecipazione

Francesco vede la società anzitutto come “un processo di partecipazione: di beni, di ruoli, di statuti, di vantaggi e svantaggi, di benefici e di cariche, di obbligazioni e di doveri. Le persone sono partner, ovvero esse “prendono parte”, nella misura in cui la società distribuisce delle parti”.

Occorre perciò ripensare la giustizia e il modo di applicarla perché sia a servizio di tutte le parti e non solo dei privilegiati. La giustizia perciò “non può essere ristretta al giudizio sul momento distributivo della ricchezza, ma deve spingersi fino al momento della sua produzione. Non basta, cioè, reclamare la “giusta mercede all’operaio” ma occorre anche chiedersi “se il processo produttivo si svolge o meno nel rispetto della dignità del lavoro umano; se accoglie o meno i diritti umani fondamentali; se è compatibile o meno con la norma morale”.

Uno spunto si trova già nel concilio Vaticano II. Bergoglio non fa altro che portarlo in evidenza. Il lavoro non è un mero fattore della produzione che, in quanto tale, deve adeguarsi alle esigenze del processo produttivo per accrescerne l’efficienza. Al contrario, è il processo produttivo che deve essere organizzato in modo tale da consentire la crescita umana delle persone e l’armonia dei tempi di vita familiare e di lavoro.

L’appello di Francesco

“Occorre convincersi – egli afferma – che un tale progetto, nella stagione della società odierna, parzialmente post-industriale, è fattibile, purché lo si voglia”. L’appello di Francesco diventa “quello di porre rimedio all’errore della cultura contemporanea, che ha fatto credere che una società democratica possa progredire tenendo tra loro disgiunti il codice dell’efficienza – che basterebbe da solo a regolare i rapporti tra gli esseri umani entro la sfera dell’economico – e il codice della solidarietà – che regolerebbe i rapporti intersoggettivi entro la sfera del sociale.

Questa divisione ha impoverito le nostre società”. Se la giustizia la si pensa così allora “la parola-chiave che oggi meglio di ogni altra esprime l’esigenza di superare tale dicotomia è “fraternità”, parola evangelica, ripresa nel motto della Rivoluzione Francese, ma che l’ordine post-rivoluzionario ha poi abbandonato – per le note ragioni – fino alla sua cancellazione dal lessico politico-economico”.

Sì a un’equa distribuzione

La fraternità consente agli eguali di essere persone diverse. La fraternità consente a persone che sono eguali nella loro essenza, dignità, libertà, e nei loro diritti fondamentali, di partecipare diversamente al bene comune secondo la loro capacità, il loro piano di vita, la loro vocazione, il loro lavoro o il loro carisma di servizio”.

Le stagioni che abbiamo lasciato alle spalle, l’800 e soprattutto il ‘900, sono state caratterizzate da ardue battaglie, sia culturali sia politiche, in nome della solidarietà e dei diritti, e questo, sottolinea Francesco, è stata cosa buona – si pensi alla storia del movimento sindacale e alla lotta per la conquista dei diritti civili e sociali – lotte comunque ben lontane dall’essere concluse.

Ciò che è più inquietante oggi è l’esclusione e la marginalizzazione dei più da una partecipazione equa nella distribuzione su scala nazionale e planetaria dei beni sia di mercato sia di non-mercato, come la dignità, la libertà, la conoscenza, l’appartenenza, l’integrazione, la pace. A tale riguardo quello che fa soffrire di più le persone e porta alla ribellione dei cittadini è il contrasto fra l’attribuzione teorica di eguali diritti per tutti e la distribuzione diseguale e iniqua dei beni fondamentali per la maggior parte delle persone”.

La società partecipativa

Il punto è che una società partecipativa “non può accontentarsi dell’orizzonte della pura solidarietà e dell’assistenzialismo, perché una società che fosse solo solidale e assistenziale, e non anche fraterna, sarebbe una società di persone infelici e disperate dalla quale ognuno cercherebbe di fuggire, in casi estremi anche con il suicidio”. Si tratta di cercare una via d’uscita dalla soffocante alternativa tra la tesi neoliberista e quella tesi neostatalista”.

Papa Bergoglio inoltre sostiene che battersi per lo sviluppo umano integrale vuol dire impegnarsi per l’allargamento dello spazio di dignità e di libertà delle persone: libertà intesa, però, non solo in senso negativo come assenza di impedimenti, e neppure solo in senso positivo come possibilità di scelta. Bisogna aggiungervi la libertà “per”, cioè la libertà di perseguire la propria vocazione di bene sia personale sia sociale. L’idea-chiave è che la libertà va di pari passo con la responsabilità di proteggere il bene comune e promuovere la dignità, la libertà e il benessere degli altri, tanto da raggiungere i poveri, gli esclusi e le generazioni future.

Per un nuovo Umanesimo

Il XV secolo è stato il secolo del primo Umanesimo; all’inizio del XXI secolo sempre più forte si avverte l’esigenza di un nuovo Umanesimo. Allora “fu la transizione dal feudalesimo alla società moderna il motore decisivo del mutamento; oggi, è un passaggio d’epoca altrettanto radicale: quello dalla società moderna a quella post-moderna. L’aumento endemico delle diseguaglianze sociali, la questione migratoria, i conflitti identitari, le nuove schiavitù, la questione ambientale, i problemi di biopolitica e biodiritto sono solamente alcune delle questioni che parlano dei disagi dell’oggi.

Di fronte a tali sfide, il mero aggiornamento di vecchie categorie di pensiero o il ricorso a raffinate tecniche di decisione collettiva non bastano; occorre tentare vie nuove ispirate dal messaggio di Cristo”.

Sul tema della dignità umana e del lavoro Francesco è tornato anche oggi parlando ai partecipanti all’Incontro promosso dalla Fondazione Centesimus Annus .

Nuove forme di potere

Francesco ha detto di apprezzare ogni sforzo che cerca di rispondere alle sfide etiche poste dall’imporsi di nuovi paradigmi e forme di potere derivate dalla tecnologia, dalla cultura dello spreco e da stili di vita che ignorano i poveri e disprezzano i deboli. A suo giudizio resta cruciale la questione di creare lavoro “nel contesto della nuova rivoluzione tecnologica in atto.

Come non potremmo essere preoccupati per il grave problema della disoccupazione dei giovani e degli adulti che non dispongono dei mezzi per “promuovere” sé stessi? E questo è arrivato a un livello molto grave, molto grave. E’ un problema – conclude il papa – che ha assunto proporzioni veramente drammatiche sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo e che chiede di essere affrontato per un senso di giustizia tra le generazioni e di responsabilità per il futuro”.

di Carlo Di Cicco

Fonte: Tiscali

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