Orario di lavoro, quella politica preistorica di Cgil e M5S

Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio e i sindacalisti della Cgil potrebbero dare vita a un’associazione in difesa delle carrozze, messe fuori uso dal temibile motore a …

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Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio e i sindacalisti della Cgil potrebbero dare vita a un’associazione in difesa delle carrozze, messe fuori uso dal temibile motore a scoppio; ora a sua volta finito all’angolo a causa della diffusione di quello elettrico.

O, perché no, organizzare dei sit in per il recupero delle musicassette (ricordate come erano comodamente arrotolabili con una Bic? Altro che mp3…) e dei deperibilissimi Vhs.

Partiamo dal principio: l’ultimo tormento che si è abbattuto sulla politica è la liberalizzazione dell’orario di lavoro e la richiesta da parte di alcuni megastore di lavorare nel giorno di Pasqua. Richiestada molti ritenuta irricevibile se non oscena. Sulle barricate il politico a Cinque stelle e le associazioni sindacali che, nel nome della guerra alla grande distribuzione e della difesa della famiglia (sic!), hanno colto l’occasione per puntare il dito contro il solito neoliberismo.

Ma lorsignori si preoccupano sempre del problema dell’altro ieri. Senza riuscire neppure a immaginare quello di dopodomani. Più che difensori di diritti acquisiti sembrano guardiani di un museo. Perché è inutile parlare di quando aprire o chiudere le saracinesche nel momento in cui le saracinesche non esistono più.

Nell’era della rete e di Amazon si può ancora discettare di orari di apertura degli esercizi commerciali? Ha senso farlo quando il più grande negozio del mondo è disponibile a ordinazioni e consegne 24 ore su 24 e quando con un clic si può acquistare dal proprio divano qualunque categoria merceologica esistente? No. E il problema è proprio questo.

Mentre un maremoto di innovazioni tecnologiche sta per spazzare via il vecchio mondo del lavoro, c’è ancora chi guarda la società attraverso un monocolo ottocentesco. La recente polemica sullo sfruttamento di chi lavora nei magazzini di Amazon o sulla retribuzione di chi consegna cibo a domicilio, è solo una pioggerellina leggera che presto archivieremo.

Perché al posto dei magazzinieri subentreranno macchine automatizzate e sono già state sperimentate le prime consegne effettuate da droni. Così come i tassisti, tra qualche anno, non si troveranno più a fare la guerra a nerboruti autisti di Uber, ma ad automobili che si pilotano da sole.

Siamo di fronte alla più grande rivoluzione tecnologica di sempre, e i politici e le associazioni di categoria sembrano una cricca di Flintstones. L’innovazione non si può fermare, al massimo gestire.

Paradossalmente l’affermazione più sindacalista degli ultimi anni l’ha fatta il simbolo del capitalismo, l’uomo più ricco del mondo: Bill Gates. Il numero uno di Microsoft ha proposto di tassare i robot che sostituiranno gli umani nel lavoro (solo in Gran Bretagna i nuovi disoccupati rischiano di essere 15 milioni). Una proposta naive e probabilmente sbagliata, semmai servirebbe fare pagare le tasse a certi colossi (furbetti) dell’hi tech e alleggerire dalla pressione fiscale i piccoli commercianti. Ma almeno lui ha centrato il problema.

Ps. È curioso che una delle voci più dure contro la liberalizzazione degli orari di lavoro sia proprio quella del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, il quale probabilmente ignora che la Casaleggio Associati da anni è impegnata nella diffusione dell’e-commerce. Che, appunto, non conosce orari di chiusura.

di Francesco Maria Del Vigo

Questo articolo e’ stato originariamente pubblicato da Il Giornale, che ringraziamo

 

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