In Albania la protesta ha ormai superato il perimetro ambientale. Il resort di lusso progettato da Jared Kushner, genero di Donald Trump, tra l’isola di Sazan e l’area protetta di Vjosa-Narta, resta la scintilla. Attorno a quella scintilla, però, si è acceso un incendio politico più vasto, alimentato da anni di rabbia contro corruzione, opacità amministrativa, concessioni generose agli investitori stranieri e una classe dirigente percepita come immobile, autoreferenziale, impermeabile alla collera del Paese reale.
Le piazze albanesi, da oltre tre settimane, non contestano soltanto la cementificazione di una delle zone più delicate dell’Adriatico, popolata da fenicotteri, pellicani dalmati, tartarughe marine e foche monache. Contestano l’idea stessa di un’Albania trasformata in vetrina immobiliare per miliardari globali, dove il patrimonio naturale diventa merce, la costa cambia destinazione con un tratto di penna e la promessa del turismo di lusso copre sospetti, privilegi e vecchie abitudini di potere.

È per questo che la protesta, nata contro il progetto legato alla società d’investimento di Kushner, Affinity Partners, ha preso il nome di “Flamingo Revolution”. I fenicotteri rosa, diventati sagome di cartone, bandiere, simboli sui social e immagini portate in corteo, sono ormai il volto gentile di una mobilitazione durissima. Dietro di loro si muove un Paese stanco. Giovani, famiglie, ambientalisti, studenti, agricoltori, cittadini della diaspora rientrati apposta dall’estero. Nelle ultime ore, secondo le cronache locali e internazionali, le manifestazioni hanno assunto dimensioni oceaniche, con decine di migliaia di persone concentrate a Tirana e in altre città.
Il cuore della protesta è il Bulevardi Dëshmorët e Kombit, il grande asse monumentale della capitale, dove la folla si è radunata fino ad accerchiare simbolicamente il potere. Davanti alla sede del governo, i manifestanti hanno sfidato Edi Rama con un ultimatum secco, chiedendogli di lasciare l’ufficio entro domenica. La pressione è proseguita anche nella giornata del 21 giugno, mentre dagli altoparlanti e dai cartelli tornava una frase attribuita a John Fitzgerald Kennedy, diventata il monito della piazza: “Quelli che rendono impossibile una rivoluzione pacifica, renderanno inevitabile una rivoluzione violenta”.

Il bersaglio principale resta Rama, premier dal 2013, architetto della svolta modernizzatrice del Paese e insieme volto di un potere sempre più discusso. Il leader socialista difende il progetto Kushner come occasione storica per proiettare l’Albania nel circuito del turismo internazionale di alta gamma. Nelle interviste ha promesso tutela ambientale, sviluppo, lavoro, visibilità globale. La piazza gli risponde con una domanda più ruvida: a quale prezzo?
La contestazione colpisce anche Sali Berisha, 81 anni, ex premier, leader del Partito Democratico e protagonista dell’intera stagione post-comunista. Questo è uno degli elementi più significativi della rivolta. La piazza non appare disposta a farsi arruolare dall’opposizione tradizionale. Rama e Berisha vengono evocati insieme come i due volti di una stessa lunga transizione, iniziata dopo la caduta del regime di Enver Hoxha e mai davvero liberata da clientele, rendite, affari opachi, dipendenza da capitali esteri e compromessi con oligarchie locali.
Il progetto al centro della rivolta riguarda un’area dal valore simbolico e strategico enorme. Sazan, l’isola che guarda l’Italia e che per decenni fu presidio militare, prima italiano, poi sovietico, poi albanese, dovrebbe diventare un resort esclusivo. La vicina laguna di Narta, una delle zone umide più preziose dei Balcani, è considerata un corridoio fondamentale per gli uccelli migratori lungo l’Adriatico. Gli ambientalisti denunciano lavori preliminari, recinzioni, movimenti di terra e passaggi di mezzi pesanti in un’area sottoposta a vincoli. Le autorità assicurano che ogni intervento seguirà le procedure. La fiducia dei cittadini, però, è ormai logorata.
A rendere il caso ancora più esplosivo c’è il nome di Kushner. Il genero di Trump non è un investitore qualunque. La sua presenza trasforma una vertenza locale in un dossier geopolitico. Sull’Albania si proietta l’ombra lunga della famiglia Trump, dei capitali del Golfo, dei rapporti fra politica, finanza e diplomazia privata. Per molti manifestanti, il problema non è l’America. Il problema è la sensazione che il governo usi l’America come scudo retorico, come patente di rispettabilità, come lasciapassare per operazioni che in un Paese candidato all’Unione europea dovrebbero passare attraverso trasparenza, valutazioni ambientali rigorose e confronto pubblico.
Rama, fedele alla sua indole combattiva, ha scelto la linea dello scontro. “Un governo non si fa piegare dal rumore”, ha detto in una riunione congiunta del gabinetto e del gruppo parlamentare socialista. Poi ha provato a rovesciare il tavolo, parlando di guerra ibrida e di ciclone digitale. Secondo il premier, il mondo avrebbe scoperto l’Albania solo perché nel dossier compare il nome Kushner e, dietro di lui, l’ombra del suocero Donald Trump, bersaglio di un esercito online ostile. È una difesa che compatta i fedelissimi, ma rischia di allargare il fossato con chi vede nella protesta una domanda di dignità nazionale, non una campagna telecomandata dall’estero.
Il terremoto albanese produce anche un effetto laterale su Roma. Per Giorgia Meloni è un boomerang indiretto, ma politicamente fastidioso. Edi Rama è il partner al quale il governo italiano ha affidato una delle operazioni più identitarie della sua politica migratoria: i centri per i migranti in Albania, pensati come simbolo della linea dura, della gestione esternalizzata delle frontiere, della capacità di imporre all’Europa un modello italiano. Quel patto, già attraversato da critiche giuridiche, umanitarie e operative, si ritrova ora legato all’immagine di un premier assediato da manifestazioni oceaniche, accusato in patria di svendere pezzi del Paese a poteri stranieri.
La difficoltà per Meloni arriva nel momento peggiore. La presidente del Consiglio è già alle prese con le durissime uscite di Donald Trump, che l’ha accusata di cercare visibilità al G7 e ha trasformato una relazione politica costruita per anni sulla vicinanza ideologica in uno scontro pubblico, personale, abrasivo. Roma ha reagito con irritazione, Tajani ha cancellato una missione negli Stati Uniti, la premier ha rivendicato che l’Italia “non implora”. Ora, mentre il rapporto con Trump si incrina, anche il legame con Rama perde smalto. L’uomo che doveva certificare il successo internazionale della ricetta migratoria italiana appare sempre più fragile, contestato da una piazza che parla di sovranità, territorio, corruzione e dignità nazionale.
Il cortocircuito è evidente. Meloni aveva presentato l’intesa con Tirana come prova di autorevolezza e pragmatismo. L’Albania di Rama doveva essere il laboratorio mediterraneo di un nuovo controllo dei flussi. Oggi quella stessa Albania offre un’immagine diversa: un Paese attraversato da una rivolta civica, sospeso tra ambizione europea e vecchi riflessi di potere, attratto dai capitali globali e insieme spaventato dall’idea di perdere il controllo delle proprie coste. Per Palazzo Chigi, il problema non riguarda direttamente i centri per migranti. Riguarda la cornice politica. Un accordo sensibile diventa più vulnerabile quando il suo garante locale finisce sotto assedio.
La “Flamingo Revolution” parla dunque all’Albania, ma risuona oltre i confini albanesi. Parla a Bruxelles, che osserva con attenzione un Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea. Parla a Washington, perché coinvolge il cerchio familiare di Trump. Parla a Roma, perché tocca il partner balcanico scelto da Meloni per una delle operazioni più controverse del suo governo.
Nelle strade di Tirana, intanto, la protesta continua. I manifestanti chiedono lo stop al resort, chiarezza sulle concessioni, rispetto per le aree protette, dimissioni politiche, fine dell’impunità. Il fenicottero, animale fragile e migratore, è diventato il simbolo di un Paese che non vuole più sentirsi terra di passaggio per capitali, interessi e ambizioni altrui. Rama resiste. La piazza cresce. E da quella costa sospesa tra Adriatico e Ionio parte un’onda che arriva fino a Palazzo Chigi.