di Marcello Sorgi
«Incivili», li ha definiti il Presidente Mattarella. E «inaccettabili» ha ripetuto per la seconda volta in poche settimane la premier Meloni. Ed anche se lo scontro diretto è con il ministro più estremista, Ben-Gvir, che si è fatto riprendere con gli attivisti della Flotilla bendati e ammanettati, e non con Netanyahu, che con un certo imbarazzo ha preso le distanze dal membro del suo governo, Meloni e Tajani si trovano nuovamente in meno di un mese ad adoperare l’aggettivo usato a proposito degli insulti di Trump contro Papa Leone, per le parole del ministro della Sicurezza di Tel Aviv. Che ha definito «terroristi» gli attivisti italiani arrestati in acque internazionali e umiliati in condizioni irrispettose dei loro diritti. Non a caso il primo ministro Netanyahu ha annunciato che saranno subito espulsi, e ieri i primi due, il parlamentare 5 stelle Carotenuto e il giornalista del Fatto Mantovani sono stati fatti ripartire per l’Italia.
Le iniziative diplomatiche assunte dalla premier e dal ministro degli Esteri, con la convocazione dell’ambasciatore israeliano, sono tali da segnare un incidente che non potrà essere risolto tanto facilmente. Perché è vero che Netanyahu e il suo governo sono in campagna elettorale permanente, e anche l’accanimento contro la Flotilla in acque internazionali fa parte della propaganda. Ma Ben-Gvir, con l’esibizione e la mortificazione pubblica dei prigionieri italiani ha portato oltre ogni limite sopportabile la propaganda. E l’immediata reazione di Meloni e Tajani ne è la dimostrazione. Sebbene le opposizioni la giudichino insufficiente e pretendano da Netanyahu una più aperta sconfessione del suo ministro.
Ma c’è un’altra ragione – tutta di politica interna – per cui la premier e il ministro degli Esteri hanno reagito subito con Israele e non si sono dichiarati soddisfatti per le formali critiche di Netanyahu a Ben-Gvir. Meloni è ormai consapevole che in Italia sia cresciuto, soprattutto tra i giovani, dopo il durissimo intervento a Gaza da parte di Israele, il sentimento pacifista e Propal, che si traduce spesso contro il governo e ha avuto un ruolo notevole anche nella recente vittoria del “No” al referendum del 22 marzo. Di qui la necessità di smarcarsi, dopo Trump, da Israele, seppure a costo di una completa ridefinizione della politica estera.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato con il titolo “Una ferita difficile da risanare” da La Stampa, che ringraziamo.
