di Luca Ciarrocca
Donald Trump è furioso: la sentenza della Corte Suprema che ha polverizzato i suoi dazi globali è la sconfitta più bruciante della sua doppia carriera presidenziale. La reazione è quella solita del repertorio sovranista: insultare i giudici. “Folli”, “cagnolini servili”, “antipatriottici”, un florilegio di improperi che ricorda da vicino la prosa del ministro Nordio ogni volta che una toga osa applicare la legge anziché le direttive del governo. Ma la realtà è più solida del chiasso mediatico. A Washington c’è ancora chi esercita la funzione giudiziaria in autonomia, erigendo un bastione contro l’arroganza autoritaria della politica. La sentenza dei nove giudici del massimo organo istituzionale americano è un avvertimento – perentorio – a rispettare lo Stato di diritto, la Costituzione e a frenare le voglie da dittatore dell’uomo di Mar-a-Lago.
