Cosa vuole Vladimir Putin da Donald Trump al vertice in Alaska

Il summit in Alaska riapre la partita globale: l’Europa assente teme una nuova Yalta. Senza Kiev né Bruxelles al tavolo, Mosca e Washington ridisegnano le sfere d’influenza.

La scelta dell’Alaska come sede dell’incontro fra Vladimir Putin e Donald Trump è carica di simboli geopolitici. Venduta pacificamente dalla Russia agli Stati Uniti nel 1867, questa regione evoca la permeabilità dei confini e la possibilità di usare il territorio come merce di scambio, in contrasto con l’annessione violenta di circa un quinto dell’Ucraina compiuta da Mosca. Al momento, analisti occidentali ritengono che il Cremlino non sia costretto a ridimensionare le sue ambizioni territoriali né ad accettare una pace che lo danneggi; l’obiettivo di Putin appare piuttosto quello di mantenere aperto un canale con Trump, temendo che il crescente malumore dell’inquilino della Casa Bianca si traduca in pressioni economiche e militari.

Trump, eletto con la promessa di chiudere il conflitto in 24 ore, ha espresso fastidio per l’atteggiamento “cordiale” di Putin mentre l’offensiva russa proseguiva, e nelle ultime settimane ha autorizzato trasferimenti più consistenti di armi a Kiev e ventilato dazi contro Paesi terzi, come l’India, che comprano petrolio russo. Tuttavia, dopo la visita a Mosca dell’inviato speciale Steve Witkoff – due giorni prima del termine che Trump aveva fissato per imporre sanzioni o ottenere un cessate il fuoco – la Casa Bianca ha accettato un faccia a faccia a metà strada tra i due Paesi, senza la presenza di Volodymyr Zelenskyj né di rappresentanti europei.

Per Mosca, la fotografia di un incontro bilaterale negli Stati Uniti equivale a rompere l’isolamento diplomatico, evitare nuovi pacchetti di sanzioni e sfruttare la determinazione di Trump a “fare l’accordo” per ottenere con la diplomazia ciò che non è riuscita a conquistare militarmente. Secondo il politologo Sam Greene, sia Putin sia Trump si sono spinti in un angolo: il primo non poteva annunciare un accordo sui tempi imposti da Washington senza apparire debole, il secondo temeva di dover varare misure controproducenti e passare due volte per l’“umiliato” agli occhi dei propri sostenitori.

All’ombra di queste manovre, sul terreno la guerra continua: in luglio le forze russe hanno conquistato altri 502 km² di territorio ucraino, pressando l’est del Paese e avvicinandosi a città strategiche come Pokrovsk; il gruppo di monitoraggio DeepState segnala avanzate di sette chilometri in alcune aree.

Sul fronte interno, la Russia vede calare del 20 % le entrate energetiche rispetto allo stesso periodo del 2024; le nuove tariffe statunitensi sull’India, uno dei principali acquirenti di greggio russo, aggiungono incertezza. Tuttavia, gli esperti ritengono che queste difficoltà non siano ancora sufficienti a cambiare la linea di Mosca. Putin continua a ribadire le sue “condizioni”, che sono in realtà gli obiettivi di guerra: rinuncia dell’Ucraina all’adesione alla NATO e allo status nucleare, “demilitarizzazione”, “denazificazione”, ritiro ucraino dalle regioni di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia – che Mosca ha incorporato solo parzialmente – e la concessione di un corridoio attraverso Kherson e Zaporizhzhia per collegare la Crimea alla Russia continentale. A queste pretese si aggiunge l’ipotesi ventilata da Trump di un “scambio di territori”, immediatamente definita “accettabile” da Mosca, ma non dettagliata.

Per Kiev e per i suoi partner europei si tratta di condizioni inaccettabili. Sondaggi condotti dal Kyiv International Institute of Sociology mostrano che quasi tre quarti degli ucraini rifiutano l’idea di cedere le quattro regioni occupate e rinunciare alla NATO in cambio della pace, mentre una maggioranza relativa (54 %) accetterebbe solo un congelamento del fronte con garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti e dell’Europa e la revoca graduale delle sanzioni alla Russia. I leader ucraini chiedono quindi che eventuali negoziati siano subordinati a un cessate il fuoco o a una significativa de-escalation. L’Europa sostiene questa posizione, consapevole che una pace imposta senza Kiev e senza Bruxelles rischia di legittimare un precedente pericoloso.

Alla vigilia del summit, Zelenskyj intensifica i contatti con le capitali europee, mentre Putin chiama nove leader di Paesi “amici”, tra cui Xi Jinping, e riceve al Cremlino l’emiro degli Emirati Arabi Uniti e il consigliere per la sicurezza indiano. Per molti analisti europei, lo scenario più probabile è un congelamento del conflitto sul modello della Corea, con una linea di demarcazione stabile e un confronto a lungo termine. In questa prospettiva, l’Europa, privata del proprio ruolo al tavolo dell’Alaska, teme di trovarsi davanti a una nuova Yalta, dove le grandi potenze ridefiniscono le sfere d’influenza senza considerare gli interessi degli alleati e del diritto internazionale.

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