di Lorenzo Trombetta
Mentre il governo israeliano si prepara a occupare tutta Gaza con la presenza di soldati sul campo, di fronte alla crescente condanna internazionale per la politica di Tel Aviv è sempre più comune leggere proposte per una deportazione di massa dei palestinesi per metterli in salvo dalla sistematica opera di annientamento fisico.
Chi avanza questi propositi si dice mosso dalla necessità di salvare la vita dei civili palestinesi. Mentre alcuni dei governi europei vicini a Israele giocano la carta del «riconoscimento dello Stato di Palestina» e altri ribadiscono l’attaccamento al principio dei «due Stati per due popoli», si prepara l’opinione pubblica all’idea che, nei fatti, a est del Mediterraneo l’unica forma di organizzazione politica della società sia quella di stati omogenei dal punto di vista comunitario: di nazioni abitate da «popoli di razza pura».
SE PER SALVARE i palestinesi da Gaza (e domani dalla Cisgiordania) è bene deportarli altrove, questi territori potranno diventare più facilmente parte di Israele, «Stato per gli ebrei» così come è stato ribadito nella legge del 2018. L’ipocrisia dei «due Stati due popoli» è dunque sostituita dalla realtà di uno Stato che, in attesa di capire cosa ne sarà dei palestinesi con passaporto israeliano, aspira a essere etnicamente puro.
Questo modello è però agli antipodi del modello di governo incarnato nelle costituzioni di gran parte dei paesi europei. Si apre così una visione schizofrenica della realtà: per casa nostra si difende il principio di uguaglianza al di là delle appartenenze; per i nostri vicini dall’altra parte del mare si finisce per sdoganare lo Stato esclusivo e discriminatorio.
Con altrettanta disincantata schizofrenia si annota sul libro contabile lo smembramento definitivo, su base comunitaria, degli altri territori che collegano il Mediterraneo alla Mesopotamia. Come se queste geografie – note sugli atlanti moderni come Libano, Siria, Iraq – non facessero parte del nostro bagaglio storico, culturale, politico, commerciale. Come se gli abitanti di queste contrade non fossero i nostri dirimpettai di civiltà.
Con questo candido atteggiamento si riesce ad assistere indifferenti al massacro, lo scorso marzo, in meno di una settimana, di circa 1.500 civili siriani (sì, erano alawiti, ma prima di tutto erano siriani, nostri vicini di casa), tra cui donne, bambini e anziani, per mano di milizie ora al potere a Damasco. L’attacco agli alawiti siriani è avvenuto nel contesto della violenta transizione in corso nel paese dopo più di mezzo secolo di dittatura da parte del regime degli Assad e dopo 14 anni di guerra intestina. Quei crimini di massa non sono però parte del passato ma del presente. E sono avvenuti sulle coste del nostro Mediterraneo.
CON LO STESSO PLACIDO realismo, si dormono sonni tranquilli nel leggere delle uccisioni sistematiche, anche in questo caso in meno di una settimana, da parte di altri miliziani governativi di altre centinaia di civili siriani (sì, erano drusi, ma prima di tutto erano siriani, nostri vicini di casa) nella regione di Sweida, da tempo nelle mire di Israele, che ha esteso nei mesi scorsi il raggio della sua occupazione a est del Golan.
A seguito delle violenze a Sweida e dintorni, l’Onu ha documentato lo sfollamento di circa 150mila civili, sia drusi sia beduini in fuga da interi villaggi dati alle fiamme, teatro delle violenze perpetrate, di fatto, nell’indifferenza della politica europea. Lo sfollamento massiccio dei beduini da alcuni quartieri di Sweida città e quello contrapposto di drusi dalla regione a nord-ovest del capoluogo meridionale si inseriscono nel processo – legittimato da chi propone la deportazione ‘umanitaria’ dei palestinesi da Gaza – di creazione di entità politiche statuali e sub-statuali omogenee dal punto di vista comunitario. Da una parte i drusi, dall’altra i beduini. Le aree miste vanno abolite.
A sovrintendere a questa partition nel sud della Siria è stato chiamato dal nuovo potere di Damasco – sostenuto da Stati uniti, Turchia e paesi arabi del Golfo – Ahmad Dalati, responsabile della sicurezza di tutto il quadrante meridionale siriano e già indicato come l’ufficiale di collegamento tra Damasco e Israele.
Dalati ha 40 anni. E incarna, suo malgrado, il risultato politico della violenta spartizione comunitaria. La stessa che si vuole attuare a Gaza e in Cisgiordania. Dalati è originario di una regione a ovest di Damasco che si era subito rivoltata al regime siriano nel 2011. Dopo aver preso parte alle proteste pacifiche anti-governative, è spinto quasi fisiologicamente a seguire il percorso di militarizzazione e radicalizzazione della rivolta siriana.
L’allora 25enne si arruola nelle file di un gruppo radicale sunnita attivo alla periferia est di Damasco; e, poi, partecipa alla resistenza della sua zona natale assediata – e affamata – dagli Hezbollah libanesi e dalle forze di Assad. L’assedio – non chiamatelo «blocco» – finisce con la sconfitta dei locali e con la loro deportazione – non chiamatela «esfiltrazione» – verso l’estremo nord-ovest siriano, a Idlib. Da lì, Dalati fa carriera, avvicinandosi al futuro astro nascente della politica siriana, l’attuale raìs Ahmad Sharaa.
L’ARRIVO DI DALATI a Idlib assieme a migliaia di altri resistenti e civili di Wadi Barada avvenne con un vero e proprio scambio di popolazione. In forza di un accordo allora mediato dall’onnipresente Qatar, solo dieci anni fa, nel 2015, gli sciiti di due località attorno a Idlib – Fuaa e Kafraya – vengono deportati nelle zone governative vicino Damasco e sono ancora oggi sfollati; mentre i sunniti, come Dalati, finiscono nell’allora scatola nera di Idlib, al confine con la Turchia.
E oggi sono al potere a Damasco, promuovendo di fatto, forse inconsapevolmente, la stessa logica esclusivista e discriminatoria proposta da chi, in Europa, immagina – con o senza foglie di fico umanitarie – la pulizia demografica dei palestinesi da Gaza e Cisgiordania a favore di Israele.
Per fermare E questo processo c’è invece bisogno di invertire la sequenza. E l’unica soluzione nel medio e lungo termine passa per la creazione a est del Mediterraneo di entità statuali basate su un modello locale di cittadinanza – non importato dall’esterno né imposto sulla punta delle baionette – fondato sul principio di uguaglianza, di pari diritti e doveri al di là delle appartenenze; e dove la gestione delle risorse e la distribuzione dei servizi siano affidate a sistemi di governo inclusivi, trasparenti ed esposti al costante controllo da parte di organi giudiziari non sottomessi al potere politico.
Un processo che oggi appare fantascientifico. Ma che può essere promosso invece di sostenere retoriche e pratiche che finiranno per fagocitare anche noi.
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Lorenzo Trombetta
Per 25 anni corrispondente ANSA e LiMes per il Medio Oriente da Beirut, autore di monografie sulla Siria contemporanea. Arabista, con un dottorato alla Sorbona in Studi Islamici, insegna Storia del Mondo Islamico all’università
Questo articolo è stato originariamente pubblicato da il Manifesto, che ringraziamo.