di Cosimo Risi
The Art of Deal, l’arte di fare affari, è il libro scritto da Donald Trump nel 1987 per magnificare le sue doti di imprenditore aduso a concludere gli affari con la magia del negoziato.
Non si sa se all’epoca coltivasse il sogno della presidenza, è probabile che lo confessasse allo specchio mentre con Flavio Briatore allestiva i programmi televisivi. Divenuto Presidente una prima ed ora una seconda volta, cerca di applicare l’arte ai negoziati internazionali. Dove però le parti non sono due né ugualmente motivate come nelle trattative d’affari. Sono molteplici e con svariati interessi e, soprattutto, svariate motivazioni. Non tutte mirano a chiudere la trattativa con mutuo vantaggio, alcune le tirano per le lunghe fino a raggiungere lo scopo ultimo: quello della vittoria incontrastata. Mettere la magica parola The end eliminando alla radice la ragione del contrasto.
A rileggere in filigrana le dichiarazioni dei dirigenti russi, persino del “diplomatico” Sergej Lavrov, si comprende che Mosca ama praticare la trattativa in costanza di conflitto, in generale una contraddizione rispetto alla prassi negoziale che vorrebbe il cessate il fuoco perché i contendenti restino sul terreno laddove già si trovano.
Trump: «Putin è impazzito. Se prova a conquistare tutta l’Ucraina la Russia cadrà»….
Ed invece le forze armate russe, forti del dominio dei cieli con i missili, tempestano le postazioni ucraine fino alla capitale. Lo scopo è duplice: conquistare nuove porzioni di terreno in vista del fatto compiuto; fiaccare la resistenza delle popolazioni sconvolgendo quel che loro resta della quotidianità. La Russia contesta infine la legittimità del Presidente Zelenskyj a firmare l’eventuale accordo di pace: il suo mandato è scaduto da un anno e le nuove elezioni presidenziali sono ancora da convocare. Mosca mette così il becco nella prassi costituzionale ucraina: a volere dettare le regole persino nel gioco domestico altrui.
Il fatto che gli Stati Uniti accettino lo schema russo, trattare mentre si combatte e combattere mentre si tratta, è un vantaggio per la Russia. Questa ha in mano le carte per chiudere la partita fino a sradicare le ragioni del conflitto: e cioè, per dirla con le parole della propaganda, fino a “denazificare l’Ucraina”. Tradotto in termini contemporanei, essendo difficile ritenere che l’Ucraina sia nazista, significa smilitarizzare la Repubblica già sovietica, deprivarla dei territori “russi”, darle lo status di neutralizzazione lontano dalla NATO ed eventualmente dall’UE.
Benjamin Netanyahu gode della simpatia e della personale amicizia di Donald Trump. L’idillio si consumava già in campagna elettorale, durante la quale Bibi appoggiava il Partito Repubblicano ed il suo candidato. Nelle prime fasi dell’Amministrazione Trump, i piani di Israele e Stati Uniti sembravano coincidere: liberare gli ostaggi in mano a Hamas, sradicare Hamas da Gaza, ricondurre la Striscia alla convivenza ancorché tormentata con Israele.
Il piano è andato evolvendosi quando il Presidente ha evocato per Gaza il modello Las Vegas sul Mediterraneo e dunque l’esigenza che Hamas scomparisse e la popolazione partecipasse al progetto oppure si trasferisse altrove. A convincerla allo spostamento le buone maniere di congrui finanziamenti ai paesi ospitanti (Egitto e Giordania in primis) o le cattive maniere della pressione militare.
La strategia del Governo israeliano si è attenuta dapprima all’esigenza di portare all’estremo la legittima reazione all’aggressione di ottobre 2023, per poi rifiutare il compromesso per liberare gli ostaggi e perseguire il controllo militare della Striscia. La popolazione viene spinta nell’ambito sempre più asfittico del sud, a ridosso con il confine con l’Egitto, privata dei mezzi di sussistenza, bombardata indiscriminatamente.
La campagna Carri di Gedeone inorridisce parti consistenti di Israele. Non solo l’opposizione ma anche pezzi degli apparati di sicurezza e delle forze armate. Accentua la spaccatura della cittadinanza fra i sionisti laici e progressisti ed i sionisti nazionalisti e messianici.
Le IDF si istallano in Libano, ad evitare il ritorno di Hezbollah alla frontiera, e in Siria, a prevenire qualsiasi rivendicazione di sovranità sul Golan da parte del nuovo Governo a Damasco. Per finire, i delegati israeliani marcano stretto i colleghi americani che negoziano con l’Iran il rinnovo del Piano d’Azione sul nucleare. A Roma, presso l’Ambasciata di Oman, si affacciano gli Israeliani a delimitare il terreno della trattativa. A rammentare che l’opzione ottimale per farla finita con il nucleare sarebbe bombardare i siti. Un gioco delle parti, a interpretarlo tatticamente, tipico dei film americani con il poliziotto buono e il poliziotto cattivo.
La mediazione americana, l’arte del concludere affari del Presidente, cozza con l’ostinazione delle crisi e con le motivazioni delle controparti, più complesse dell’amore per gli affari. Il Presidente potrebbe stancarsi e lasciare che gli interessati si confrontino direttamente.
Gli Europei temono lo smarcamento americano dall’Ucraina, il fardello cadrebbe interamente sulle loro spalle. Si sentono deboli e incerti sul daffare senza l’ombrello americano. I volenterosi rischiano di perdere la volontà lungo il percorso.
E d’altronde gli Europei, o parte di loro, pagano la passività con cui hanno alimentato il mito della vittoria ucraina se non dello sgretolamento di Russia. A seguire la propaganda smarrendo il senso critico di Immanuel Kant è prova di ignoranza filosofica e di errore politico.
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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Il suo ultimo libro è “Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali” (Luca Sossella Editore, 2024)