«Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi membri uno come me», diceva Groucho Marx. Stavolta però è la farsa a trasformarsi in tragedia e non viceversa. L’Italia farà parte dell’esclusivo Board of Pace in degna compagnia.
È lo stesso ministro degli Esteri, Antonio Tajani ad elencare il resto dei membri che parteciperà al board per la spartizione della Palestina, un organismo talmente democratico da essere nato già con un presidente a vita, Donald Trump, che ha anche il potere di nominare o rimuovere i soci e ha diritto di veto. Nell’informativa alla Camera dei deputati, davanti alle accuse delle opposizioni di piegare il nostro paese al progetto neocoloniale degli immobiliaristi statunitensi, Tajani ha replicato risentito: «Noi non partecipiamo ad alcun comitato d’affari, non scodinzoliamo neanche vicino a Tony Blair». Il discusso ex primo ministro della Gran Bretagna, ora lobbista e affarista, è stato uno dei primi ad essere coinvolto dal presidente Usa e fa parte del comitato esecutivo consultivo del Bop con il segretario di Stato Marco Rubio, Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Trump.
Blair non sfigura accanto a quelli che invece per Tajani sarebbero «i buoni». E cioè i paesi cooptati direttamente da Trump, come l’Italia, che hanno messo le vite dei palestinesi e le loro terre nelle mani di un ente privato che punta a sostituire le Nazioni Unite.
«Parteciperà il governo di Cipro, che ha la presidenza dell’Unione Europea e la commissaria europea per il Mediterraneo Dubravka Suica», esordisce Tajani, mettendo le mani avanti. Una breve interruzione per le contestazioni dell’opposizione e poi il ministro declina tutto d’un fiato il resto dei membri, come se fosse la formazione della Grande Inter: «Grecia, Romania, Slovacchia, Croazia e Austria, Albania, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Cambogia, Egitto, El Salvador, Indonesia, Kazakistan, Kosovo, Pakistan, Paraguay». Un elenco delle virtù composto da monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Quatar), regimi militari come Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia, dittature come la Bielorussia e diverse sfumature di autocrazie: dall’Indonesia a El Salvador, dall’Armenia alla Giordania. E, naturalmente, ne farà parte anche Israele, il cui presidente, Benjamin Netanyahu, è ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra.
Il turboliberista argentino Javier Milei è stato uno dei primi ad aderire (anche per una sorta di debito verso l’amministrazione Trump che lo tiene in piedi). Anche il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha risposto subito all’invito con i leader nazionalisti di India (Modi) e Turchia, Recep Tayyip Erdogan.
Se gran parte dei paesi Ue (tra cui Francia, Germania, Spagna e Svezia) hanno declinato l’adesione, non poteva mancare nel board l’altro miglior amico di Trump in Europa, oltre a Giorgia Meloni: Viktor Orban, premier dell’Ungheria. L’Italia dunque è l’unico paese dell’Europa occidentale e del G7 a sedere, anche se come osservatore (carica peraltro non prevista dallo statuto) al board trumpiano.
Anche il Vaticano ha rigettato l’invito al consesso. La Santa Sede «non parteciperà al Board of Peace per la sua particolare natura – ha confermato il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin – ci sono punti critici che lasciano un po’ perplessi e avrebbero bisogno di spiegazioni». Parolin ha anche specificato che il Vaticano «ha la preoccupazione che a livello internazionale sia soprattutto l’Onu a gestire queste situazioni di crisi».
Domani a Washington la prima riunione, dopo la sessione fondativa a Davos il mese scorso, in un palazzo che si chiama, a scanso di equivoci, Donald J. Trump Institute of Peace.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Il Manifesto, che ringraziamo
