Gli americani dietro il siluramento di Cingolani da Leonardo

Attriti sul progetto Michelangelo Dome per la protezione missilistica dell'Italia. Dietro le quinte, il ruolo di Peter Thiel.

di Francesco Margiocco

Dietro il benservito a Roberto Cingolani ci sarebbero, anche, le pressioni americane. La lettura è del Financial Times, che il 12 maggio ha dedicato un’analisi alla rimozione del numero uno di Leonardo. A generare le maggiori frizioni tra il manager e il governo sarebbe stato il Michelangelo Dome, il progetto di un software basato sull’intelligenza artificiale capace di collegare gli scudi antimissile dei paesi membri dell’Ue in un unico sistema europeo.

Secondo il Times, il progetto avrebbe irritato il governo Usa, perché potenziale concorrente di sistemi statunitensi. In due occasioni, a Washington con l’ambasciatore italiano, e a Roma con funzionari governativi italiani, la Casa Bianca avrebbe fatto pervenire il proprio malcontento. Un altro motivo di delusione per gli Stati Uniti sarebbe stato il mancato accordo di Leonardo con Palantir, piattaforma di raccolta e analisi dati per governi e servizi segreti fondata dal sostenitore di Trump, e finanziatore di JD Vance, Peter Thiel.

Il capo di Leonardo, scrive il quotidiano, era stato avvicinato da Palantir, che voleva «vendere il suo software» al gruppo italiano. Cingolani però era solo interessato a «valutare una possibile joint venture», e non se ne è fatto nulla. Contro il suo licenziamento, Carlo Castellano, l’imprenditore che ha fondato l’azienda biomedicale Esaote, un mese fa aveva firmato con altre 27 persone un appello, inascoltato, al governo.

Nella storia di Cingolani, Castellano rivede la storia di Esaote, fabbrica di sofisticate apparecchiature diagnostiche passata dai 24 miliardi di lire di fatturato del 1986 ai 200 miliardi del 1993, anno in cui fu ceduta da Finmeccanica che la riteneva «non strategica» nonostante nel mondo i grandi gruppi Toshiba, Hitachi, Siemens e General Electric andassero in quella direzione; Esaote fu poi rilevata da Castellano e da altri 98 dirigenti e dipendenti dell’azienda con un management buy-out. Allo stesso modo, Cingolani «è un manager che ha raggiunto risultati straordinari e che viene licenziato» dalla stessa «ottusità di certi apparati romani che volevano sbarazzarsi della nostra azienda, e ora si sbarazzano di un grande uomo».

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Il Secolo XIX, che ringraziamo

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