L’affidabilità degli Stati Uniti come alleato storico per le nazioni occidentali è seriamente compromessa, e queste ultime devono urgentemente ricalibrare le proprie strategie di difesa in risposta a questa nuova e incerta realtà. Questo è il monito, netto e preoccupante, lanciato da due figure di spicco con profonda esperienza nelle dinamiche transatlantiche e nelle questioni di sicurezza globale.
Fiona Hill, già consigliera per la sicurezza nazionale durante la prima amministrazione Trump e consulente del governo britannico per la recente revisione strategica della difesa, ha espresso senza mezzi termini il suo scetticismo in un’intervista al The Guardian. Secondo Hill, Londra non può più fare affidamento su Washington “nello stesso modo in cui lo faceva prima”.
Al contrario, il Regno Unito, e per estensione le altre nazioni europee, devono ora “gestire” con cautela e pragmatismo le relazioni con gli Stati Uniti, riconoscendo che il tradizionale ombrello protettivo americano potrebbe non essere più così scontato né così solido. Questa valutazione suggerisce la necessità di una maggiore autonomia strategica e di una diversificazione delle alleanze da parte dei partner europei, costretti a confrontarsi con un’America percepita come meno prevedibile e potenzialmente meno incline a sostenere gli impegni storici.
Un’analisi altrettanto incisiva proviene da Malcolm Turnbull, ex Primo Ministro australiano, il cui paese vanta legami profondi e consolidati con gli Stati Uniti in materia di intelligence e difesa. In un editoriale pubblicato su Foreign Affairs, Turnbull ha esortato i partner americani a non nutrire illusioni su un semplice “ritorno alla normalità” a Washington, indipendentemente dagli esiti politici futuri. Piuttosto, ha argomentato, le nazioni alleate dovrebbero “fare quadrato” e collaborare attivamente per preservare gli aspetti più funzionali dell’ordine internazionale che il Presidente Donald Trump sembra determinato a smantellare o a ridefinire radicalmente.
L’appello di Turnbull è un invito a un multilateralismo più proattivo e resiliente, in cui gli alleati tradizionali degli USA si assumono maggiori responsabilità nel mantenimento della stabilità globale e nella difesa dei valori e degli interessi condivisi, preparandosi a un’era in cui la leadership americana potrebbe essere più selettiva o addirittura isolazionista. Entrambe le voci, pur provenendo da contesti geografici e politici differenti, convergono su un punto cruciale: l’era della dipendenza incondizionata dagli Stati Uniti è al tramonto, e per le democrazie occidentali è tempo di affrontare con lucidità le implicazioni di questo cambiamento epocale.