Guerra in Iran: Stati Uniti e Israele non stanno affatto vincendo

di Cosimo Risi - Il Capo di Stato Maggiore di Israele: le IDF rischiano di crollare su sé stesse, sono impegnate su troppi fronti (Iran, Libano, Gaza, Yemen). Critiche al capo del Mossad David Barnea.

di Cosimo Risi

Ad un mese dall’inizio, la guerra contro l’Iran è lungi dal concludersi. Una soluzione sul campo con la vittoria di una delle parti è improbabile, difficile è la via negoziale. Ci sono contatti fra Stati Uniti e Iran, almeno in apparenza solo indiretti. A fare la spola fra le delegazioni sono i Ministri degli Esteri delle quattro potenze musulmane regionali: Egitto, Turchia, Pakistan, Arabia Saudita. I quattro si sono incontrati una prima volta a Riad ed una seconda a Islamabad. È lecito pensare che il loro sforzo sia stato benedetto da Washington e non osteggiato da Teheran.

Le parti si scambiano condizioni: dieci i punti posti dagli Americani, cinque dagli Iraniani. Sono condizioni reciprocamente inaccettabili, dunque la trattativa diretta non decolla. A credere alle indiscrezioni, la delegazione americana, se e quando si intavolerà, sarebbe guidata dal Vicepresidente Vance e comprenderebbe il Segretario di Stato Rubio nonché Witkoff e Kushner. Sarebbe questo il segnale che la parte americana intende condurre gli incontri al massimo livello di responsabilità istituzionale, invece di continuare ad affidarli ai negoziatori di fatto, il socio ed il parente del Presidente. Sarebbe riconoscere che l’atteggiamento tenuto finora sarebbe poco rispettoso dei canoni diplomatici.

La situazione sul campo si aggrava. L’ossessione del Presidente per la libera navigazione nel Golfo – egli ribattezza Hormuz come Stretto Trump – è destinata alla frustrazione. L’Iran autorizza il passaggio di un certo numero di navi battenti bandiera pakistana, in riconoscimento del ruolo “terzo” di Islamabad, blocca le navi non amiche, e cioè quasi tutte. Gli effetti sull’economia del petrolio si propagano ovunque.

Gli Houthi dello Yemen, rimasti inattivi nella prima fase del conflitto, entrano in scena con colpi sparati contro Israele. Sostanzialmente inoffensivi, ma significativi dell’ingresso in gioco del nuovo attore. La minaccia principale è diretta al vicino polo petrolifero dell’Arabia Saudita ed allo Stretto di Bab al-Mandeb. In passato le milizie yemenite avevano minacciato la navigazione nel Mar Rosso direzione Suez e la comunità internazionale si era allertata. Persino l’Unione europea aveva allestito la missione Aspides per scortare le navi.

Se la minaccia yemenita dovesse allargarsi, anche il Mar Rosso diverrebbe teatro di guerra e le conseguenze sul mercato del petrolio sarebbero disastrose. Di qui la strategia iraniana ad ampio raggio: se è impossibile colpire frontalmente gli Stati Uniti e Israele, la rappresaglia va portata ai loro alleati nel mondo: a tutti i paesi che si riforniscono di idrocarburi dal Golfo, sia che passino da Hormuz che da Bab al-Mandeb. Vittima sarebbe anche l’Egitto, uno dei quattro mediatori, e questo spiega probabilmente l’esitazione nel dare corso alla minaccia. Per ora.

Israele è nel centro del mirino, sempre dall’Iran e dal Libano, ora anche dallo Yemen. Il morale della popolazione, per quanto avvezza a resistere alle difficoltà, è in calo, soffre l’economia, scarseggiano gli intercettori e soltanto le forniture americane ripristinano in parte gli arsenali.

Il fronte interno è scosso. La leadership politica continua a riversare sugli apparati militari e di sicurezza le responsabilità: prima per i fatti di ottobre 2023, ora per le conseguenze della guerra. Il capo del Mossad David Barnea è criticato per aver accreditato l’idea che in Iran il cambio di regime potesse avvenire sulla scorta delle eliminazioni mirate di alcuni alti dirigenti, fra cui l’Ayatollah Khamenei. Le Forze Armate di non essere pronte a tutte le sfide.

Sul punto si registra la dichiarazione del Capo di Stato Maggiore: le IDF rischiano di crollare su sé stesse in quanto impegnate su troppi fronti (Iran, Libano, Gaza, Yemen), compreso quello “interno” della Cisgiordania. Si moltiplicano gli attacchi dei coloni ai Palestinesi residenti ed i militari, malgrado gli ordini superiori, poco o nulla farebbero per contrastarli.

E per concludere. Il divieto opposto al Cardinale Pizzaballa ed al Custode del Santo Sepolcro di raggiungere il Santo Sepolcro per la celebrazione delle Palme riapre la questione con la Chiesa cattolica. I motivi di sicurezza addotti dalla polizia israeliana sono contestati dai religiosi, mentre si avanza l’ipotesi che si sia voluto ammonire il Cardinale per la sua attività a favore della popolazione di Gaza. Il Presidente Herzog gli chiede scusa per “lo spiacevole incidente”. Improbabile che il caso si chiuda così rapidamente, le celebrazioni pasquali in Terra Santa incombono.

Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali  al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Rappresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra, è considerato un profondo conoscitore e saggista esperto di questioni mediorientali. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)

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