Formalmente, la Costituzione iraniana parla chiaro. L’articolo 111 prevede che, in caso di morte della Guida Suprema, un consiglio di reggenza composto dal Presidente (Masoud Pezeshkian), dal capo del potere giudiziario e da un alto esponente religioso assuma le funzioni provvisorie. Tuttavia, nella complessa architettura del potere teocratico, la forma conta spesso meno della sostanza. E nella sostanza, un uomo sembra aver già scavalcato le gerarchie ufficiali: Ali Larijani.
L’eminenza grigia
Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Larijani non è un semplice burocrate. Negli ultimi mesi, mentre la salute e la visibilità di Khamenei declinavano prima del tragico epilogo, è stato lui a dettare la strategia dell’Iran. “Ha preso il posto di Qassem Suleimani”, osserva Lynette Nusbacher, ex ufficiale dell’intelligence britannica. “È stato l’eminenza grigia di Khamenei”.
Laddove il Presidente Pezeshkian appariva come una figura di facciata, Larijani agiva come il vero inviato speciale della Guida. È stato lui a gestire i delicati dossier con Russia, Cina e le monarchie del Golfo. È stato lui a recarsi in Oman per fissare i termini dei negoziati con Washington. Ed è stato ancora lui, un civile, a ricevere il mandato di gestire i rapporti con Hezbollah e i ribelli Houthi dopo i fallimenti militari delle milizie sciite contro Israele — un gesto interpretato da molti come uno schiaffo diretto ai generali della Forza Quds.
Un profilo poliedrico
Larijani rappresenta un unicum nell’élite iraniana. Professore di filosofia esperto di Immanuel Kant, matematico qualificato ma anche figlio di un Ayatollah e genero del principale teorico della rivoluzione, Ruhollah Khomeini. Il suo pedigree religioso è impeccabile, eppure ha servito nei Pasdaran (IRGC), ha ricoperto quattro incarichi ministeriali ed è stato per dodici anni il potente speaker del Parlamento.
Mentre la Repubblica Islamica ha progressivamente abbandonato gli abiti clericali — lo stesso Khamenei preferiva il titolo secolare di “Guida Suprema” a quello di “Imam” — Larijani incarna la possibilità di una successione “in giacca e cravatta”. Un leader che alle tuniche preferisce camicie nere dal taglio occidentale, quasi un richiamo estetico alla ribellione controllata di un Johnny Cash mediorientale.
L’ombra dei Pasdaran e il rischio pretoriano
Tuttavia, l’ascesa di Larijani deve fare i conti con il “Deep State” iraniano: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Per i generali dei Pasdaran, Larijani è un “pragmatico” sospetto, un uomo la cui propensione al negoziato nucleare e i cui legami familiari con l’Occidente rappresentano una minaccia esistenziale alla dottrina della “Resistenza”. In un momento di estrema umiliazione nazionale dopo il blitz di Teheran, l’IRGC potrebbe vedere in una leadership civile e intellettuale un segnale di debolezza intollerabile.
Il rischio è quello di una deriva pretoriana. I vertici militari, che controllano non solo l’arsenale missilistico ma anche vasti settori dell’economia nazionale, potrebbero preferire una figura come Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale speaker del Parlamento e uomo d’ordine con radici profonde nell’apparato di sicurezza. Se Larijani dovesse tentare una manovra di normalizzazione diplomatica per allentare la pressione delle sanzioni, si scontrerebbe frontalmente con gli interessi di un’élite militare che prospera nell’isolamento e nell’economia di guerra.
Il dilemma del successore
La scommessa di Larijani, dunque, non è solo politica, ma di pura sopravvivenza sistemica. Sebbene in passato sia stato un censore implacabile come ministro della Cultura, la sua inclinazione alla Realpolitik suggerisce la volontà di stabilizzare un regime che oggi barcolla. Ma l’Iran non è una democrazia parlamentare e il consenso si misura in termini di fedeltà ideologica e controllo territoriale.
In un Iran ferito e sotto attacco, non è affatto certo che gli ideologi del regime o i generali feriti nell’orgoglio siano pronti ad accettare l’autorità di un filosofo kantiano. La transizione verso il “dopo-Khamenei” potrebbe non risolversi in un ufficio di Teheran, ma nelle caserme e nelle piazze, dove la lotta tra la pragmatica sopravvivenza di Larijani e l’intransigenza dei Pasdaran deciderà il destino dell’intera regione.
