Il potere non è più dove crediamo

L’analisi di Giuseppe Rao: dalla strategia della Cina alla guerra in Medio Oriente, fino all’intelligenza artificiale che ridefinisce il potere globale.

La geopolitica non si interpreta attraverso le emozioni del momento ma attraverso lo studio delle strategie di lungo periodo. Dalla pianificazione cinese alle guerre nel Medio Oriente, fino alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, Giuseppe Rao propone una lettura dei nuovi equilibri internazionali che mette in discussione molte convinzioni consolidate.

1. Lei sostiene che per comprendere la geopolitica occorra partire dalle fonti primarie. Quanto rischiamo oggi di interpretare il mondo attraverso narrazioni mediatiche che semplificano una realtà molto più complessa?

Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni che privilegia la velocità, l’emozione e la semplificazione a discapito dell’analisi. La geopolitica e la geotecnologia richiedono invece un metodo rigoroso, fondato sullo studio delle fonti primarie – documenti ufficiali, atti normativi, strategie governative, dati, rapporti istituzionali e persino i media nazionali – nonché una profonda conoscenza delle culture e dei contesti nei quali tali fonti vengono prodotte.

Solo così è possibile distinguere i fatti dalle narrazioni, comprendere gli interessi che orientano le decisioni degli Stati e interpretare correttamente le dinamiche della comunità internazionale. Chi si limita ai titoli dei giornali, ai social media o a fonti indirette rischia di leggere il mondo attraverso le categorie interpretative costruite da altri, talvolta parziali, quando non apertamente strumentali, anziché attraverso la realtà dei fatti.

È questo il metodo che ho cercato di trasmettere agli imprenditori italiani negli otto anni in cui ho guidato l’Ufficio Innovazione tecnologica e industriale dell’Ambasciata d’Italia a Pechino: conoscere prima di giudicare, studiare prima di decidere, comprendere il punto di vista dell’altro senza mai rinunciare ai propri valori e ai propri interessi.

Giusepppe Rao (Foto: Livio Anticoli – © Imagoeconomica)

2. Perché il Rapporto annuale del governo cinese e il Piano Quinquennale rappresentano strumenti indispensabili per capire le reali strategie di Pechino? Cosa sfugge, invece, all’osservatore occidentale?

Il Piano Quinquennale e il Rapporto annuale sul lavoro del Governo rappresentano gli strumenti attraverso i quali la leadership cinese definisce e rende pubbliche le proprie priorità strategiche, gli obiettivi di sviluppo e gli strumenti per conseguirli nel medio e nel lungo periodo. In Cina la pianificazione non è un esercizio teorico né un mero documento programmatico: è la bussola che orienta l’azione dello Stato, delle amministrazioni pubbliche, delle grandi imprese statali e, in misura crescente, anche degli operatori privati.

Molti osservatori occidentali, invece, continuano a privilegiare le dichiarazioni estemporanee, le cronache quotidiane o i segnali di breve periodo, trascurando proprio quei documenti che consentono di comprendere la direzione di marcia del Paese. Il risultato è che le decisioni di Pechino vengono spesso interpretate come risposte contingenti agli eventi, quando sono invece l’attuazione di strategie elaborate con anni, talvolta decenni, di anticipo.

3. La Cina sembra aver sostituito la logica della crescita a ogni costo con quella della qualità e dell’autonomia tecnologica. È questa la sfida più grande che l’Occidente dovrà affrontare nei prossimi dieci anni?

Più che la crescita della Cina in sé, la vera sfida per l’Occidente sarà confrontarsi con un modello di sviluppo che punta simultaneamente sulla qualità della crescita, sull’innovazione e sull’autonomia tecnologica. La leadership cinese ha compreso, fin dalla stagione delle riforme avviate da Deng Xiaoping alla fine degli anni Settanta, che il ruolo di una grande potenza si costruisce investendo con continuità nelle infrastrutture, nella formazione del capitale umano, nella resilienza delle catene del valore e nella leadership nelle tecnologie emergenti.

L’Occidente si trova oggi di fronte a una scelta cruciale: limitarsi a cercare di contenere l’ascesa cinese oppure rilanciare, con un ritardo ormai evidente, la propria capacità di innovazione, di pianificazione strategica e di investimento nel lungo periodo. Un obiettivo reso ancora più complesso dalla difficoltà di molti Stati occidentali a superare la tutela dei rispettivi interessi nazionali in favore di una visione realmente comune.

La competizione decisiva dei prossimi decenni non si giocherà solo sulla finanza e il commercio, ma soprattutto sulla capacità di guidare l’innovazione tecnologica, governare le filiere strategiche e trasformare la superiorità scientifica in potere economico, industriale e geopolitico.

Un pensiero sull’Italia e sull’interesse nazionale. Le privatizzazioni, unite alle (s)vendite da parte dei privati, di un patrimonio industriale con pochi eguali al mondo, costruito dai nostri padri e che avrebbe dovuto essere considerato strategico e indisponibile, ci hanno progressivamente allontanato, nonostante la presenza di alcune importanti imprese a partecipazione statale, dai tavoli nei quali si assumono le decisioni che contano davvero. Speriamo che almeno Trenitalia venga salvata dalla prospettiva della privatizzazione, ancorché parziale.

4. Lei descrive il Medio Oriente come un “laboratorio geopolitico”. Quali trasformazioni che oggi osserviamo in quella regione potrebbero presto diventare la normalità anche in altri scenari internazionali?

Il Medio Oriente rappresenta, da decenni, un autentico laboratorio geopolitico: molte delle dinamiche che vi si manifestano finiscono poi per estendersi ben oltre la regione. Basti pensare al ruolo strategico dei Paesi produttori di petrolio e gas, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, non solo nella sicurezza energetica mondiale, ma anche negli investimenti nelle infrastrutture, nelle Università, nelle tecnologie avanzate. Comprendere ciò che accade oggi in quell’area significa interpretare una parte essenziale degli equilibri internazionali di domani.

Vi è poi la questione palestinese, destinata a segnare profondamente le relazioni internazionali e ad alimentare una crescente ribellione dell’opinione pubblica mondiale. Le operazioni militari israeliane, l’enorme numero di vittime civili, la devastazione della Striscia di Gaza, i soprusi in Cisgiordania e la crisi umanitaria che ne è derivata hanno posto interrogativi drammatici sul rispetto del diritto internazionale umanitario e sulla credibilità della comunità internazionale. Di fronte a una sofferenza di tali proporzioni, l’Occidente ha mostrato di applicare i propri principi in modo selettivo, mostrando un’indulgenza che non avrebbe riservato ad altri Stati in circostanze analoghe. È questa evidente asimmetria a compromettere la credibilità morale e politica dell’Occidente.

Mi permetto di aggiungere una considerazione personale. Ho dedicato un mio libro al grande giurista ebreo Federico Cammeo, perseguitato dalle leggi razziali, per colpa delle quali morì; sua moglie e sua figlia furono deportate, senza mai tornare nei campi di sterminio. Quella vicenda mi ha insegnato che la memoria della Shoah non può essere invocata per giustificare il silenzio di fronte alle inaudite sofferenze di altri popoli. Al contrario, dovrebbe renderci ancora più sensibili verso ogni violazione della dignità umana, indipendentemente dall’identità delle vittime e dei responsabili.

5. L’Iran sta provando o ha cercato di provare a rafforzare i rapporti con i BRICS e con le principali potenze asiatiche. Siamo di fronte alla costruzione di un nuovo equilibrio globale destinato a ridimensionare il peso dell’Occidente?

Ho sempre sostenuto che i BRICS, grazie alla progressiva espansione della propria composizione e, conseguentemente, della propria sfera di influenza, insieme alla Shanghai Cooperation Organisation, rappresentino oggi le principali piattaforme attraverso le quali una parte crescente del mondo intende contrastare la visione unipolare affermatasi dopo la fine della Guerra fredda e rivendicare un ordine internazionale fondato su un autentico multilateralismo.

Credo che il problema fondamentale del XXI secolo consista nel profondo squilibrio economico, tecnologico e sociale tra le aree più ricche del pianeta (ma anche al loro interno) e quelle ancora segnate dalla povertà, dalla dipendenza e dal sottosviluppo. Finché questo divario non sarà affrontato con politiche di sviluppo realmente condivise, non potranno essere garantite stabilità, sicurezza e pace durature.

La vera sfida della comunità internazionale non consiste nel preservare la supremazia di una singola potenza, ma nel costruire un sistema di governance capace di rappresentare un mondo ormai divenuto multipolare, nel quale le nuove potenze economiche e tecnologiche chiedono un ruolo proporzionato al proprio peso reale. Ignorare questa trasformazione provocherebbe tensioni e conflitti destinati a protrarsi nel tempo.

6. Lo Stretto di Hormuz ha dimostrato di essere uno dei punti più delicati del pianeta. Quanto è vulnerabile oggi l’economia mondiale di fronte ad una ennesima escalation in quell’area?

Assistiamo a una guerra insensata, condotta in aperta violazione del diritto internazionale, che sta producendo un effetto paradossale: rafforzare il consenso interno degli ayatollah e accrescerne, in alcune aree del mondo, persino la legittimazione politica.

A pagarne il prezzo non sono soltanto le popolazioni direttamente coinvolte, ma anche i cittadini europei e americani, colpiti da conseguenze economiche gravissime: aumento dei costi energetici, inflazione, riduzione del potere d’acquisto e progressivo impoverimento anche di fasce sociali che fino a pochi anni fa appartenevano stabilmente al ceto medio. Ancora una volta, decisioni assunte in nome della sicurezza finiscono per produrre maggiore instabilità, più povertà e nuove fratture internazionali.

7. L’intelligenza artificiale sta entrando nei sistemi d’arma e nei processi decisionali militari. Quali opportunità offre e quali rischi introduce sul piano etico, operativo e strategico?

L’intelligenza artificiale rappresenta la più profonda rivoluzione nella storia della guerra. Grazie anche all’integrazione con sistemi satellitari, sensori, droni e reti di comunicazione, offre capacità senza precedenti nell’analisi di enormi quantità di dati, nella rapidità dei processi decisionali, nella precisione dei sistemi d’arma e nel supporto al comando.

Gli algoritmi influenzano sempre più i processi decisionali, la guerra cibernetica è ormai una dimensione permanente del conflitto, gli attacchi ai sistemi digitali sono in grado di paralizzare infrastrutture critiche di interi Paesi e la velocità delle operazioni riduce drasticamente i tempi di valutazione politica, aumentando il rischio di escalation incontrollate.

La questione decisiva, tuttavia, non è soltanto tecnologica: è politica, giuridica ed etica. Fino a che punto l’uomo può delegare a una macchina decisioni che riguardano la vita, la morte e la pace? Il problema è che questa rivoluzione sta avanzando più rapidamente della capacità degli Stati e delle organizzazioni internazionali di disciplinarla. Non intravedo, infatti, una reale volontà politica di definire regole condivise e vincolanti: il timore di perdere un vantaggio strategico prevale sulla necessità di costruire un sistema di governance internazionale dell’intelligenza artificiale militare. La tecnologia corre più veloce del diritto e della politica, con conseguenze che potrebbero rivelarsi irreversibili.

8. Lei ha evidenziato come droni a basso costo possano mettere in crisi sistemi militari molto più sofisticati. Sta cambiando il concetto stesso di superiorità militare?

Sì, ma solo in parte. I droni a basso costo e persino le piccole imbarcazioni hanno dimostrato che è possibile infliggere danni enormi a sistemi militari estremamente sofisticati con investimenti relativamente modesti, modificando profondamente il rapporto tra costo e capacità offensiva.

Ciò non significa, tuttavia, che la superiorità militare tradizionale sia venuta meno. La capacità di deterrenza, la disponibilità di grandi forze convenzionali e il controllo dei domini terrestre, marittimo, aereo, cibernetico e spaziale restano elementi decisivi del potere degli Stati. Il vero nodo è un altro: i boots on the ground. Gli Stati occidentali sono disposti a perdere uomini nei teatri di guerra, per di più per guerre che gran parte dei cittadini considera irragionevoli?

9. Ha affermato che i CEO delle grandi aziende dell’intelligenza artificiale sono ormai attori geopolitici. Le Big Tech stanno assumendo un potere paragonabile, in alcuni casi, a quello degli Stati?

Il passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo finanziario ha profondamente modificato gli equilibri del potere mondiale. Oggi i grandi fondi, come i Big Three (BlackRock, Vanguard e State Street), figurano tra i principali azionisti di quasi tutte le multinazionali del mondo, controllano le agenzie di rating, svolgono un ruolo centrale nei mercati finanziari e operano nel risparmio gestito e nell’acquisto dei titoli del debito pubblico.

In tale contesto, i Capi di Stato occidentali sono divenuti, di fatto, prigionieri di questa situazione. Girano il mondo, partecipano a vertici internazionali e occupano le prime pagine dei media, ma sempre più spesso danno l’impressione di esercitare il proprio potere su questioni marginali, mentre il vero potere, soprattutto in campo economico, si è trasferito altrove. Donald Trump ha rappresentato una parziale eccezione: proprio perché estraneo ai tradizionali equilibri politici, ha cercato di negoziare direttamente con questi centri di potere, una parte rilevante dei quali aveva sostenuto alle elezioni la sua avversaria.

La Cina costituisce un’eccezione. Pur avendo adottato numerosi strumenti dell’economia di mercato, non ha consentito alla grande finanza internazionale di penetrare nel Paese ed esercitare un’influenza sulle decisioni politiche ed economiche dello Stato.

10. Se dovesse lasciare un messaggio ai giovani che si avvicinano agli studi sull’intelligence e sulla geopolitica, quale competenza ritiene oggi davvero indispensabile per interpretare un mondo sempre più complesso e interconnesso?

Nelle mie lezioni all’Università e nelle relazioni ai convegni torno sempre sul tema della distanza tra “due culture”, teorizzato nel 1959 da Charles P. Snow. Adriano Olivetti ne aveva colto il significato con straordinario anticipo già negli anni Trenta del Novecento, dando vita a un modello rivoluzionario di impresa nel quale innovazione tecnologica e cultura umanistica non erano mondi separati, ma componenti inscindibili di un unico progetto.

È questo il metodo che dovrebbe ispirare anche la formazione degli esperti di intelligence. Essi devono acquisire non soltanto strumenti di analisi e competenze tecniche, ma una visione capace di integrare discipline diverse. Perché chi vuole comprendere il mondo deve certamente studiare gli algoritmi, l’economia e la geopolitica, ma non dovrebbe mai smettere di leggere i filosofi e i poeti.

Giuseppe Rao è stato Consigliere e Dirigente generale della Presidenza del Consiglio dei ministri. Dal 2007 al 2015 ha diretto l’Ufficio Innovazione tecnologica e industriale dell’Ambasciata d’Italia a Pechino. Dal 2020 è professore a contratto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Sassari, dove insegna Geotecnologia, Connettività e Ordine mondiale. È autore di numerosi saggi e volumi dedicati alla geopolitica, all’innovazione tecnologica, alle trasformazioni dell’ordine internazionale e alla Olivetti.

Questa intervista è stata originariamente pubblicata da La Voce del Patriota, che ringraziamo

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