Il vento sovranista soffia sull’Unione

di Cosimo Risi - Elezioni Polonia. L'avanzata di forze nazionaliste in Europa, da Varsavia alle incertezze nei paesi fondatori, espone le fragilità dell'Unione di fronte alla guerra e al possibile disimpegno USA. L'Italia, tra spinte sovraniste e tradizione europeista, si unisce al dilemma continentale

di Cosimo Risi

Karol Navrocki vince le elezioni presidenziali in Polonia per un soffio. Il candidato del PIS è accreditato di sovranismo a trazione trumpiana, vincendo con il modello che il Segretario di Stato americano indica per l’Unione europea: quello ungherese a marchio Orbàn. Questo vento sovranista soffia su due stati membri di nuova adesione (2004), quasi che Budapest e Varsavia debbano ancora interiorizzare appieno il codice dell’Unione.

Segnali simili si avvertono anche negli stati membri fondatori. La Francia, per ora, regge con Emmanuel Macron e con il Governo Bayrou. Tuttavia, lo sfidante Jordan Bardella, essendo Marine Le Pen fuori gioco, gode del favore dei sondaggi in vista del momento in cui il Presidente in carica non potrà più ripresentarsi.

In Germania, la coalizione governativa a Berlino include la SPD, mossa strategica per scongiurare uno scivolamento a destra della CDU verso l’AfD, partito sospettato di nostalgie neonaziste.

Tuttavia, il richiamo a un passato oscuro non sembra turbare gli elettori del nuovo Presidente polacco, il quale ora è chiamato a misurarsi con il moderato Primo Ministro Donald Tusk. Tusk, già Presidente del Consiglio europeo, ha saputo portare la Polonia al centro della politica continentale, facendola entrare nel circolo esclusivo dei “Volenterosi” – insieme a Francia, Regno Unito e Germania – in vista delle operazioni che dovrebbero seguire a un’eventuale intesa in Ucraina.

L’Italia presenta un governo con una significativa componente sovranista e una certa inclinazione per il messaggio di stampo trumpiano. Il dibattito interno tra sovranisti ed europeisti è di vecchia data. Volendo semplificare, il nucleo tradizionalmente europeista si allinea storicamente con la Farnesina. Alcuni eminenti diplomatici italiani, infatti, segnarono la svolta dalla Monarchia alla Repubblica e operarono attivamente per inserire l’Italia nella comunità euro-atlantica che si stava configurando attorno agli Stati Uniti.

Nel delicato passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, la diplomazia italiana si pose come priorità quella di rimodulare la politica estera, dopo gli eccessi del nazionalismo fascista. L’adesione alle organizzazioni internazionali in via di formazione, soprattutto ONU e NATO, rappresentò un riscatto dal passato di potenza sconfitta e una promessa di un futuro prospero in seno alla comunità euro-occidentale.

La corrente europeista in Italia si è mostrata storicamente più vicina al funzionalismo di Jean Monnet che al federalismo di Altiero Spinelli. D’altronde, è Monnet a disegnare il profilo iniziale delle Comunità: prima elaborando il documento che diverrà la Dichiarazione Schuman (1950) e poi la bozza del Trattato CECA (1951). Per concludere con il Trattato sulla Comunità Europea di Difesa, bocciato nel 1954 dall’Assemblea francese. Una bocciatura che, nei decenni a venire, ha impedito che il tema della difesa entrasse stabilmente nell’agenda europea, fino a quando l’aggressione all’Ucraina non lo ha riportato prepotentemente d’attualità.

La corrente europeista italiana si pone costantemente l’obiettivo di “stare dentro” il processo d’integrazione europea. Questo per rispondere, da un lato, alla responsabilità storica che incombe sull’Italia come paese fondatore. Dall’altro, per poter influenzare il corso degli eventi, senza apparire semplicemente gregari dell’asse franco-tedesco. La nostra attitudine allo “stare dentro” si è manifestata clamorosamente con la scelta di aderire al Sistema Monetario Europeo negli anni Settanta e nell’entrare subito nell’euro negli anni Novanta.

Oggi, il tema cruciale è il passaggio da un’Unione a prevalente trazione economica a un’Unione senza aggettivi, più coesa politicamente. La sfida ci viene imposta dall’esterno, dalla straordinaria congiuntura della guerra sul territorio europeo e dal dichiarato, o paventato, distacco americano dall’Europa. La dichiarazione del Presidente Trump, secondo cui il conflitto in Ucraina è in definitiva un affare fra europei, accende una luce cruda sul nostro dilemma: se restare sempre e comunque al fianco dell’alleato americano o se esplorare con decisione la via dell’autonomia strategica europea.

Cosa questa autonomia comporti in termini di costi politici e finanziari è tutto da valutare. La scelta, tuttavia, si pone come imminente. In questo scenario, il sovranismo nazionale potrebbe rivelarsi d’aiuto solo se riuscisse a trasformarsi e ad evolvere in un più ampio e costruttivo sovranismo europeo.

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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali  al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)

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