WASHINGTON – Nonostante l’intensificarsi della pressione militare statunitense e israeliana, le stime dell’intelligence di Washington parlano chiaro: il “tempo di fuga” dell’Iran verso l’arma nucleare non è diminuito. Secondo fonti riservate, Teheran resta a circa un anno di distanza dalla bomba, la stessa tempistica calcolata la scorsa estate. Sebbene le operazioni “Midnight Hammer” di giugno e la più recente “Epic Fury” abbiano devastato l’apparato industriale e militare convenzionale della Repubblica Islamica, il cuore del programma atomico sembra essere sopravvissuto ai raid.
Il nodo della questione risiede nelle scorte di uranio altamente arricchito (HEU). Mentre i bombardamenti hanno centrato obiettivi strategici e infrastrutture chiave, circa 440 chilogrammi di uranio al 60% risultano attualmente non localizzati, probabilmente occultati nei tunnel sotterranei di Isfahan, protetti da strati di roccia impenetrabili per le munizioni convenzionali. Questa resilienza tecnica spiega perché, nonostante i proclami dell’amministrazione Trump e del Pentagono sulla necessità di azzerare la minaccia, i progressi concreti nel posticipare il cronometro nucleare siano in stallo.
Parallelamente ai combattimenti, la crisi si riflette sui mercati globali: il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz ha congelato il 20% delle forniture mondiali di greggio, innescando un’emergenza energetica senza precedenti. In questo clima di tensione, Washington valuta opzioni ad alto rischio, incluse incursioni di terra per sequestrare il materiale fissile, mentre il Segretario di Stato Marco Rubio sottolinea come il sistematico smantellamento delle difese aeree iraniane esponga comunque i siti di Teheran a futuri colpi letali.
Rimane tuttavia l’incognita del “capitale umano”. Se le infrastrutture possono essere ricostruite, l’eliminazione mirata dei principali scienziati nucleari da parte di Israele ha iniettato un elemento di incertezza profonda nelle capacità tecniche di Teheran. Come evidenziato dagli esperti, sebbene la conoscenza non possa essere bombardata, il “know-how” operativo necessario a finalizzare un ordigno funzionante potrebbe aver subito danni ben più gravi dei complessi di arricchimento stessi.
