di Cosimo Risi
“It’s not over until it’s over” – è la valutazione del commentatore di Haaretz, che vede nel possibile compromesso fra Stati Uniti e Iran una nota di sfavore per Israele. Il vero sfavore riguarda il rapporto fra Benjamin Netanyahu e Donald Trump, fra il presunto burattinaio ed il presunto burattino.
A febbraio, allo scoppio delle ostilità, si riteneva che il Primo Ministro di Israele fosse il suggeritore neanche tanto occulto del Presidente americano, in una clamorosa inversione dei ruoli del piccolo che influenza il grande. Gli argomenti di Netanyahu parevano convincenti. Le proteste popolari e la rivolta dei Curdi a nord metteranno in difficoltà il regime teocratico. Basterà l’urto esterno delle aviazioni americana e israeliana per decretarne il crollo. A quel punto potrebbe arrivare il figlio dello Scià o altra figura di compromesso per consolidare il cambio di regime ed avviare il nuovo Iran dal profilo meno minaccioso verso Israele e le potenze sunnite del Golfo.
Le simulazioni smentite e lo Stretto di Hormuz
Nessuna delle previsioni o simulazioni si è avverata. Ucciso Khamenei, la guida suprema passa al figlio che, per quanto ferito, continua a comandare ed arbitrare fra le varie istanze. I pasdaran occupano gli spazi vuoti, minacciano dappresso la potenza americana e l’economia mondiale con la chiusura (e apertura a pagamento) dello Stretto di Hormuz. I civili come il Ministro degli Esteri ed il Presidente del Parlamento, meno il Presidente della Repubblica, macinano missioni presso i paesi amici a ricevere solidarietà nei confronti dell’aggressore. La solidarietà arriva dalla Russia e, soprattutto, dalla Cina.
I mediatori Egitto e Pakistan entrano in gioco per avvicinare le parti. Le potenze sunnite del Golfo risentono della chiusura di Hormuz, patiscono la rappresaglia iraniana sui loro territori. Teheran colpisce duro gli Emirati Arabi Uniti e persino l’Oman, il mediatore della prima ora ed il condomino dello Stretto.
Lo scenario cambia. Dal silente favore degli Arabi verso l’attacco, si passa alla presa di distanza. Le perdite sono gravi, le attese di perdite maggiori preoccupano ancor più. Sia il Presidente degli EAU che il Principe di Arabia Saudita spingono per prolungare la tregua e chiudere la partita con un compromesso.
Il calcolo politico di Washington e il nucleare
Il compromesso piace al Presidente americano. Nella sua volatilità, comprende pur tuttavia che la guerra non volge a sicuro favore degli Americani. L’America profonda non la capiva all’inizio, ora non la tollera per le conseguenze sul tenore di vita. Le elezioni di metà termine volgerebbero a favore dell’opposizione democratica. I suoi restanti anni alla Casa Bianca sarebbero di scontri con il Congresso. Finora egli ha operato sulla base della legislazione speciale che gli consente di belligerare temporaneamente per la sicurezza nazionale. Appunto: una guerra temporanea e non di lunga durata.
Il nodo della trattativa si sposta dal cambio di regime al trattamento dell’uranio arricchito, e quindi della possibilità per l’Iran di dotarsi della Bomba, ed all’apertura di Hormuz senza condizioni. Qui si inserisce la resistenza dell’Iran. La trattativa sul nucleare può svolgersi dopo e non durante lo stato di guerra. L’eventuale apertura sull’uranio – se consegnarlo all’estero o limitarne l’arricchimento fino alla soglia dell’uso civile – ci sarà, se ci sarà, solo con la garanzia che gli Stati Uniti non riprenderanno l’aggressione.
Le incognite per Israele
Ed Israele? Trump dichiara che Netanyahu “farà quello che io gli dico di fare”. Non è certo che Netanyahu sia d’accordo e si comporti di conseguenza. Restano aperti alcuni importanti capitoli nel rapporto con l’Iran: i missili balistici, di cui non si tratta affatto; l’appoggio alle milizie alleate; la fine delle ostilità in Libano. Alla fine di questa tornata negoziale, se il compromesso si conclude come prefigurato, Israele rischia la sconfitta di fatto anziché la vittoria da spendere in campagna elettorale per il successo della Destra.
Il fronte interno continua a muoversi nel delicato settore delle forze armate. Il nefasto comportamento contro gli equipaggi della flottiglia porta alla precisazione delle IDF: i soldati non c’entrano, è stata la polizia al comando del Ministro Itamar Ben Gvir.
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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Rappresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra, è considerato un profondo conoscitore e saggista esperto di questioni mediorientali. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)