di Cosimo Risi
Giampiero Massolo (Corriere della Sera, 6 agosto 2025) individua in Washington la chiave della soluzione, in Bruxelles la nota debole e perciò rischiosa per gli stati europei di prima linea.
Riconoscere la statualità palestinese ha un tratto politicamente nobile oltre che simbolicamente alto. In sostanza intende significare che riconosciamo l’esistenza del popolo palestinese e la sua esigenza alla sovranità entro confini definiti e sotto un’amministrazione definita, lontano dalle pulsioni terroristiche di Hamas e dall’inefficienza dell’Autorità di Ramallah. Una speranza, una petizione di principio, e poco più.
Nessuna dichiarazione in questo senso, neppure quella della Francia e dei paesi che ne seguono l’esempio, ha portato al cessate il fuoco ed all’apertura agli aiuti umanitari. La contabilità delle vittime aumenta implacabilmente. La sordità del Governo di Gerusalemme aumenta in maniera inversamente proporzionale alle proteste della comunità internazionale.
Neppure l’accusa di perpetrare un genocidio, o un genocidio tendenziale come in una bizzarra forma di compromesso verbale, scuote il Primo Ministro ed i suoi settari Ministri dal cessare le ostilità. Il loro giudizio è che le trattative mediate da Egitto e Qatar sono inani, Hamas le fa naufragare una dietro l’altra malgrado le assicurazioni americane. La liberazione degli ostaggi per via transattiva è impossibile.
Solo la campagna militare condotta fino in fondo, e cioè fino al controllo totale della Striscia, dove alcuni Ministri vorrebbero reimpiantare gli insediamenti ebraici, porta alla disarticolazione di Hamas, un eufemismo per la eliminazione di tutti i suoi elementi ancora in grado di nuocere. La liberazione degli ostaggi ancora in vita verrà, se verrà, al culmine della pressione militare. Forse per una reazione di autotutela da parte della popolazione, forse per la resa dei nemici. Forse non verrà affatto, gli ostaggi essendo l’assicurazione sulla vita di chi li detiene. Questi perirebbero assieme a loro, il contratto di assicurazione è rescisso per l’impossibilità di eseguirlo.
Le famiglie degli ostaggi paventano una soluzione del genere, autorizzano la diffusione di video che li riprende in condizioni miserrime, non peggiori – dichiarano quelli di Hamas – della comune popolazione di Gaza. Questa patisce gli stenti dell’assedio, gli ostaggi ne condividono la sorte.
La chiave dunque sta a Washington, per tornare all’assioma di Massolo. Sta anche a Gerusalemme, in quello che possiamo definire il deep state di Israele. Lo stato profondo è composto degli apparati militari e di sicurezza. Centinaia di ex dirigenti di Mossad, Shin Bet, IDF, Intelligence Militare, Polizia diffondono un video in ebraico, con sottotitoli in inglese, dall’icastica definizione di “futile war” per la guerra a Gaza dopo che le IDF hanno compiuto la missione principale. Continuarla come vorrebbe il Governo, o una sua parte come vedremo appresso, significa non raggiungere alcun obiettivo strategico se non il tragico risultato di mettere a repentaglio le vite dei soldati e dei civili.
Costoro sono al corrente dei moti di proteste presso i riservisti, dei casi di turbe mentali dei reduci, del contrasto fra certi ordini spietati e la riluttanza ad eseguirli. Il tabù dell’obbedienza agli ordini illegittimi. La frizione fra società civile e comunità di sicurezza, la cui unità fino all’identificazione dell’una nell’altra è il pilastro dello Stato. Non è casuale che molti alti ufficiali siano passati dalla divisa alla giacca ministeriale senza alcuno scandalo, anzi con il plauso dell’elettorato che da loro si sente rassicurato. Fu il caso di Yitzhak Rabin e Ehud Barak.
L’attuale Capo di Stato Maggiore, scelto dal Primo Ministro come un suo fedele, esterna le riserve ai piani governativi in seno al Consiglio di Sicurezza. Anche se l’ufficio del Primo Ministro si affretta a dichiarare che le forze armate eseguiranno comunque le direttive politiche.
Israele non è alla viglia di un colpo di stato, come da Miami ipotizza il figlio di Netanyahu, si trova di fronte al bivio fra le valutazioni professionali dei militari e le valutazioni politiche di membri del Governo. Al cui interno il Ministro degli Esteri sembra propenso ad ascoltare le preoccupazioni del Capo di Stato Maggiore.
Gli Stati Uniti sono di fronte ad un interrogativo: se lasciare campo libero a Netanyahu ed ai messianici fino all’occupazione di Gaza ed al controllo della Cisgiordania; se premere sul Governo affinché acceda ad una forma di compromesso.
Donald Trump non crede verosimilmente alla viabilità se non all’opportunità di uno stato palestinese. Crede nella stabilizzazione del Medio Oriente mediante l’estensione degli Accordi di Abramo a tutte le monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait) e la neutralizzazione dell’Iran grazie ad una intesa che ne freni la rincorsa nucleare e la vocazione a portare disordine mediante le milizie alleate.
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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)