Diego Brasioli scrive da un osservatorio privilegiato. Ambasciatore di lungo corso, vicedirettore generale per la sicurezza cibernetica e l’innovazione tecnologica della Farnesina, firma il suo recente saggio – «Diplomazia 4.0. La rivoluzione quantistica nelle relazioni internazionali» (Gambini Editore) – frutto di competenze decisamente rare in Italia.
La convergenza tra intelligenza artificiale e calcolo quantistico apre un’era «post-digitale» e sta riscrivendo gli equilibri del potere globale. Conquistare la supremazia quantistica garantisce un vantaggio strategico decisivo, soprattutto nella crittografia e nella sicurezza nazionale. La competizione tecnologica diventa confronto geopolitico, e la diplomazia classica, lenta e reattiva, arriva sempre in ritardo. Secondo Brasioli – come conferma anche Lucio Caracciolo nella prefazione – serve una diplomazia tecnologica capace di anticipare le trasformazioni, costruire ponti tra scienziati, governi e imprese, al fine di governare e indirizzare il progresso (che è «un circolo virtuoso illimitato»).

Diego Brasioli
Il libro è molto convincente sia sul piano teorico che sul terreno concreto. L’autore spiega in stile chiaro e comprensibile varie questioni cruciali, come la minaccia della futura decrittazione dei dati cifrati, la corsa alle terre rare, la militarizzazione dello spazio, la guerra informatica, la disinformazione di massa, fino alla strategia dell’Unione Europea e quella nazionale italiana nel settore delle tecnologie quantistiche. Pagine che dovrebbero essere utili soprattutto per chi governa, oltre che per chi studia e analizza questo settore, perché traducono questioni tecniche in poste in gioco sia di politica interna che di relazioni internazionali.
La tensione politica è quella con il maggior peso specifico. Brasioli descrive realisticamente il mondo attuale, segnato dalla corsa alle risorse e dalla guerra cibernetica, e propone un suo approccio strategico: multilateralismo, dignità umana, tecnologia che unisce senza essere strumento di dominio e, men che mai, di guerra. In un mondo segnato da conflitti alimentati dalle pulsioni di leader autoreferenziali, e certamente da motivazioni diverse da quelle degli ultimi decenni, le indicazioni di fondo del libro si possono leggere come un appello all’etica come «condizione imprescindibile»: assunti che non sembra inopportuno considerare molto vicini agli appelli di Papa Leone XIV, così come il Pontefice americano li ha espressi nella sua prima enciclica Magnifica Humanitas, firmata il 15 maggio 2026 e dedicata proprio alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.
Certo gli auspici si scontrano spesso con la dura realtà dei fatti, in uno scenario in cui la dipendenza dell’Occidente da pochi e potentissimi gruppi privati dell’high tech statunitense rende problematica la posizione di una media potenza come l’Italia, costretta al ruolo di cliente ed utilizzatore, sia a livello amministrativo che di imprese, mentre la partita dell’intelligenza artificiale, e in futuro quella quantistica, si gioca soprattutto tra gli Stati Uniti e la Cina.
In un mondo in cui le minacce del ventunesimo secolo sono interconnesse, collettive e di natura sempre più esistenziale, «la tecnologia – scrive Brasioli – non è mai neutrale, è uno specchio delle nostre scelte morali e politiche: può servire a costruire ponti o a tagliare legami». Solo così potremo costruire un modello di sviluppo tecnologico che sia non solo esponenziale nei risultati, ma anche nell’impatto positivo che potrà avere sulle nostre vite.