di Cosimo Risi
Eravamo abituati, noi innocui docenti, a spiegare la Guerra dei Sei Giorni, quella che nel 1967 oppose Israele alla coalizione di paesi arabi capeggiata dall’Egitto e che si concluse, in meno di una settimana, con la più ampia estensione territoriale di Israele. Fino al Golan, a Gerusalemme Est, al Sinai, a Gaza. È dal 1967 che si scandisce il tempo storico di Israele più che dal 1948, l’anno della costituzione dello Stato.
Donald Trump aggiorna il libro di storia per scrivere la sua pagina. Chiude la Guerra dei Dodici Giorni con il totale cessate il fuoco fra Israele e Iran. Salvo urlare agli ex belligeranti “ma che c… state facendo?: ciascuno denuncia l’altro di avere rotto la tregua. Un dejà vu dei conflitti: al cessate il fuoco puntualmente una parte finge di non accorgersene per continuare a combattere profittando dell’inerzia della controparte e trovarsi in posizione di vantaggio alla trattativa sulla tregua.
Trump tutto questo non lo sa o gli è comodo non saperlo. La consapevolezza delle difficoltà negoziali gli amareggia il dolce sapore dell’essere, insieme, combattente e mediatore. Avrebbe indotto l’Iran a tornare al tavolo negoziale accettando le condizioni poste dallo stesso Trump, dopo che la Air Force ha completato il lavoro della IAF con la distruzione dei siti nucleari.
Inveisce, il Presidente, contro l’incauto Dmitry Medvedev. Analogamente al caso ucraino, l’ex Presidente russo tratta il caso mediorientale con l’accetta della propaganda nucleare. All’Ucraina ed all’Europa che la spalleggia minaccia il ricorso all’arma nucleare tattica, a Israele rammenta che l’Iran ha il potenziale sostanzialmente intatto. La guerra nucleare è possibile se non probabile, a causa dell’aggressività occidentale.
Il prudente Vladimir Putin dichiara illegittimo l’attacco israeliano e americano all’Iran, i due paesi violano il diritto internazionale.
Il diritto internazionale: questo sconosciuto. Il diritto internazionale umanitario: archiviato fra gli inutili orpelli dell’ancienne époque. Il Presidente russo evita di pronunciarsi circa le violazioni del diritto internazionale da parte dell’Armata Russa nell’invadere un paese sovrano, a scapito del sistema giuridico pattizio costruito dalla Dichiarazione di Helsinki in poi.
A Benjamin Netanyahu va riconosciuto il merito della coerenza. Da venti anni, da quando cioè governa lo Stato a intermittenza, ripete che il vero pericolo viene da Teheran. Grazie all’Iran le minacce sono mosse dall’Iraq, dalla Siria, dal Libano, da Gaza, dallo Yemen.
Il Primo Ministro è talmente coerente che sacrifica gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas ed espone la popolazione alla rappresaglia iraniana. L’opinione pubblica sta con lui. Il Likud, dato per minoritario dopo i fatti di Ottobre, è in ripresa nei sondaggi. Le opposizioni si allineano al Governo per la missione liberatoria, ancorché questa porti sofferenze ai cittadini. L’ipotesi delle elezioni anticipate per dare vita ad una maggioranza diversa è accantonata, complice anche la pausa estiva della Knesset.
Netanyahu può celebrare la propria determinazione e inneggiare al ruolo di Trump come grande costruttore del nuovo ordine. L’amicizia fra i due, data per incrinata dai media diffidenti, si rivela più salda che mai. Gli stessi media azzardano che è Bibi a dettare la linea a Donald, nella classica inversione dei ruoli fra l’amico potente e l’amico meno potente.
La galassia delle milizie che si muovono nell’orbita iraniana minaccia Israele e destabilizza la regione, la frenesia distruttiva ne impedisce la crescita, malgrado che il Golfo abbia ricchezze tali da permettere il decollo generale. L’ansia di dominio che anima la teocrazia provoca sommovimenti così forti da scuotere la regione e riverberarsi nel mondo.
L’Occidente, con toni diversi da paese a paese, nega all’Iran la facoltà di dotarsi della Bomba e plaude, con sfumature più marcate, all’azione di Israele prima e degli USA poi.
Tutti invocano la pista diplomatica, dimenticano però che la diplomazia funziona se le parti acconsentono pregiudizialmente al metodo diplomatico. Se invece le parti adoperano lo strumento militare come leva principale per piegare l’avversario, la diplomazia non può che intervenire a danno arrecato. Per rabberciare quel che resta sul terreno dopo i combattimenti e cercare di dare nuova linfa al diritto internazionale.
Ad essere scettici davanti all’ennesima giravolta del Presidente americano, la guerra dei dodici giorni rischia di durare qualche giorno di più. A meno che l’Iran non conosca il regime change, molti lo escludono in linea di principio, molti lo auspicano in linea di fatto.
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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)