La teoria TACO e l’Iran

di Cosimo Risi - Netanyahu è pronto a colpire i siti nucleari iraniani, ma Trump prende tempo per non compromettere i negoziati con Teheran. La tattica del presidente USA consiste nell'alternarne minacce e retromarce, mentre Gaza resta una polveriera. Il dossier Iran strumento per distogliere l’attenzione e rafforzare il fronte interno israeliano.

di Cosimo Risi

La Teoria TACO è l’espressione gergale coniata dal Financial Times per definire la politica di Donald Trump sui dazi. TACO sta per Trump Always Chickens Out: Trump si tira sempre indietro. Il Presidente minaccia i balzelli sulle importazioni dai paesi terzi, non rileva se amici come l’Unione europea o nemici come Russia e Cina, per poi ridurli a seguito di decisioni unilaterali o di intese, vedi le trattative a Ginevra con la Cina. Si rende conto che l’economia americana patisce gli effetti dei dazi in termini di inflazione e di rinuncia progressiva all’apertura dei mercati. In definitiva, la globalizzazione è made in US.

La Teoria si applica anche alle trattative con l’Iran per rivedere il Piano d’Azione sul Nucleare. Lo stesso Trump, durante il primo mandato, lo denunciò come pernicioso lascito dell’Amministrazione Obama. Sull’Iran si consuma l’ennesima frizione con il grande amico mediorientale Benjamin Netanyahu.

Da un ventennio, tanti sono gli anni del suo quasi ininterrotto potere, il Primo Ministro medita di eliminare alla radice la minaccia nucleare iraniana. Eliminare alla radice ha un solo significato: bombardare i siti di arricchimento dell’uranio e renderli inservibili a lungo se non per sempre. Nel frattempo, colpire la loro operatività hackerando i sistemi informatici e mettendo fuori gioco gli scienziati più esposti. Mettere fuori gioco sta per eliminazioni mirate.

I piani di attacco sono pronti da tempo. Il Governo di Gerusalemme potrebbe subito attuarli se non fosse che l’amico americano frena: il Presidente non intende intralciare la trattativa. Egli assicura di avere presentato “una proposta ragionevole” a Teheran. Se questa fosse respinta, la controparte si esporrebbe a “evidenti pericoli”. Sul piano tattico la delegazione americana agita lo spettro dell’attacco israeliano. Uno strumento di pressione sulla delegazione iraniana affinché accetti la proposta ragionevole o, nel rifiuto, si esponga all’attacco. Che sarebbe micidiale: già nel 2024, per due volte, Israele ha accecato il sistema difensivo iraniano.

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Ad un certo passaggio della trattativa, gli Stati Uniti darebbero il via libera all’operazione. Copertura satellitare, intese con i paesi limitrofi per il sorvolo da parte dell’IAF (Israeli Air Force), protezione antimissile da terra e da mare in caso di rappresaglia iraniana. Senza escludere l’intervento diretto se la situazione dovesse degradarsi ulteriormente.

Si gioca sui tempi stretti. Da una parte, è la premura israeliana ad aprire la partita per motivi di ordine interno. Dall’altra, è l’esitazione americana ad impegnarsi in un conflitto, anche se per interposto paese. È il dilemma fra la riluttanza ad impiegare le forze armate all’estero e la necessità di esibire la forza per smuovere le acque. La tentazione isolazionista induce Trump a dichiarare a proposito del conflitto in Ucraina: “talvolta è meglio lasciare che si combattano per un po’”.

La pressione sul Governo israeliano per la situazione umanitaria a Gaza è al punto di rottura. Alcuni paesi tradizionalmente amici decidono di irrogare sanzioni ai suoi Ministri. Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Norvegia sanzionano Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich per le loro dichiarazioni razziste nei confronti della popolazione di Gaza. Ad amareggiare Israele è soprattutto l’atteggiamento britannico. Il Regno Unito è stato lo storico sostenitore del Sionismo, dalla Dichiarazione Balfour del 1917 alla costituzione dello Stato nel 1948. Una strategia, quella britannica, che lo studioso americano-palestinese Rashid Khalidi (Palestina, cento anni di colonialismo, guerra e resistenza, Bari, 2025) definisce l’ultimo grido del colonialismo europeo in Palestina.

Il fronte interno si compatta a sostegno dei due Ministri. Persino il capo dell’opposizione Benny Ganz critica le sanzioni in quanto “un favore ai terroristi di Hamas”. Il Segretario di Stato USA le ritiene un ostacolo sulla via delle trattative per la liberazione degli ostaggi ed il cessate il fuoco.

Il dossier Iran distoglie l’attenzione dal dossier Gaza, concede tempo al Premier sempre più pressato dall’opinione pubblica interna, dalle potenze arabe sunnite e dagli Stati Uniti per dare uno sbocco finalmente incruento alla crisi. Gli consente di conservare il favore del Partito Shas. Gli ultraortodossi gli chiedono conto della promessa di esonerare gli studenti Haredi dal servizio militare, altrimenti usciranno dalla coalizione avviando il processo di scioglimento della Knesset. I sondaggi favoriscono il ritorno di Naftali Bennet come Primo Ministro, alla guida di una alleanza eterogenea all’insegna di “basta con Bibi”.

“Enough is enough” (ora basta) s’intitola l’appello dell’ex Primo Ministro Ehud Olmert riguardo a Gaza ed alla caduta d’immagine in cui lo Stato d’Israele sta precipitando per la politica dissennata del Governo. Olmert è il solo esponente di centrodestra a firmare un piano di pace con Nasser al-Qudwa, il nipote di Yasser Arafat.

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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali  al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)

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