di Cosimo Risi
Impariamo a convivere con i nuovi termini. Board of Peace (BoP) è l’invenzione linguistica del Presidente americano per indicare una congerie di paesi, chiamati a riunirsi a suo insindacabile giudizio per costruire la pace nelle aree di conflitto. I membri del nuovo organismo sono scelti su base personale e di affinità politica. Il Canada, dopo l’uscita del Primo Ministro a Davos, è subito cancellato dalla lista. Fra gli invitati figura la Russia, da tempo impegnata in operazioni di pace. I partecipanti versano un miliardo di dollari di quota d’ingresso. Il club è esclusivo.
Il BoP non ha una sede né uno statuto preciso. Era pensato inizialmente per Gaza: il cappello politico della nuova governance della Striscia. Un vertice politico a livello Capi di Stato o di Governo, presieduto stabilmente dallo stesso Trump; un vertice politico a livello ministeriale; un governo di tecnocrati palestinesi per la ricostruzione; una forza internazionale di stabilizzazione.
La complessa architettura stenta a decollare. Al Board of Peace, presentato con il dovuto clamore mediatico a Davos, partecipano alcuni paesi dell’area e non altri. Ci sta l’Arabia Saudita, non ci stanno gli Emirati Arabi Uniti. Ci stanno Giordania, Egitto e Israele. Ci stanno Qatar e Turchia. Egitto e Giordania versano il miliardo di dollari o sovvengono le monarchie del Golfo?
La presenza di Qatar e Turchia preoccupa Israele. Il Primo Ministro Netanyahu era assente a Davos perché la Svizzera avrebbe potuto arrestarlo su mandato della Corte Penale Internazionale. Lo Stato era rappresentato dal Presidente Herzog. Oltre alla riserva su Qatar e Turchia, Israele critica il fatto che la gestione di Gaza da affare interno è divenuto dominio di una cordata internazionale di cui fanno parte paesi vicini a Hamas. Non accetta che la Forza di stabilizzazione comprenda militari turchi e qatarini. Il timore è prematuro: nessun paese intende schierare le truppe per disarmare Hamas con la forza. Di qui la minaccia di Trump: Hamas sarà cancellato se non depone le armi spontaneamente. Cancellato da chi? Dalle IDF che riprenderebbero ad operare nella Striscia? Dalle truppe americane a supporto?
Le iniziative di Trump hanno un che di singolare: sono molto pubblicizzate nella fase della presentazione, sono obnubilate nella fase di attuazione. Conta più l’effetto di annuncio che la messa in pratica.
Ad un anno dalla presa della Casa Bianca, il bilancio presidenziale è tanto ricco di dichiarazioni a rottura degli schemi tradizionali quanto povero di risultati. Il conflitto in Ucraina continua malgrado “lo spirito di Anchorage”, l’apertura che Trump fece alle ragioni di Putin, noncurante delle posizioni di Zelensky e degli Europei. Gli Europei sono infatti esclusi dalle trattative trilaterali (Russia, Ucraina, Stati Uniti) in corso ad Abu Dhabi sotto l’egida degli Emirati.
La tregua a Gaza regge a fatica, sono quotidiane le violazioni da ambedue le parti. In compenso fioccano sui media i layout della ricostruzione con grattacieli sulla riviera. E gli abitanti? Da potenziali terroristi ad albergatori e ristoratori? In compenso riapre il valico di Rafah con l’Egitto per facilitare l’uscita di chi non resiste più nell’atmosfera concentrazionaria della Striscia.
Il primo anno presidenziale ha portato alla crisi dei rapporti transatlantici ed alla messa in mora dell’Europa come insipiente e codarda. Sul punto c’è sintonia fra Trump e Zelensky. Il Presidente ucraino critica la nostra perenne indecisione: non saremmo capaci di farci carico delle responsabilità. Non si capisce bene cosa avremmo dovuto e potuto fare di più per il tormentato paese. La Commissione ricorda i 200 miliardi di euro a sostegno del bilancio ucraino, per non parlare delle forniture di armi e materiale. Esiste un limite invalicabile nell’iniziativa europea, è questo il vero motivo della rampogna: il rifiuto a scontrarsi frontalmente con la Russia per allargare il conflitto al Continente. Al contrario, con l’avanzare delle trattative, la parte europea moltiplica le dichiarazioni di non belligeranza e gli auspici a riprendere il dialogo.
In seno all’Unione europea soltanto Bulgaria e Ungheria aderiscono al Board. Sono fra gli stati membri che beneficiano delle politiche di coesione. Hanno versato il chip di un miliardo di dollari? Altri stati membri prendono le distanze (Francia e Spagna). Altri guardano con favore ma avanzano dubbi di ordine costituzionale e finanziario (Germania e Italia). Persino il Regno Unito prende le distanze. Il Board somiglia troppo ad una ONU parallela per essere accettato d’emblée, senza una riflessione ponderata. E d’altronde l’ONU è la grande perdente dell’intera strategia trumpiana. Il Segretario Generale si nota per il silenzio.
__
Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)