L’illusione del cambio di regime: perché lo tsunami mediorientale rischia di travolgere Netanyahu

di Cosimo Risi - Tra il dialogo Washington-Teheran e l'ombra di Donald Trump, Israele affronta una pericolosa crisi d'identità interna che sarà chiara al prossimo appuntamento elettorale in autunno.

di Cosimo Risi

Nel 2011, Ehud Barak, allora Ministro della Difesa, preconizzò l’avvento dello “tsunami diplomatico” se lo Stato d’Israele non avesse adottato una politica diversa nei confronti dei Palestinesi. Lo tsunami non scoppiò nel 2011. Gli anni successivi sono stati segnati dal Premierato di Netanyahu e dalla politica di configurare la questione palestinese come affare interno. Lontano dalle pressioni internazionali per essere ammessa al “benign neglect” delle Amministrazioni americane. Washington predicava la formula dei due popoli – due stati, lasciava correre quanto accadeva sul campo: l’allargamento degli insediamenti in Cisgiordania, la situazione a Gaza tenuta apparentemente sotto controllo grazie alle elargizioni del Qatar.

Lo tsunami scoppia nel 2023 con gli eventi dell’ottobre e con l’attacco a Gaza. Interviene la strategia israeliana del conflitto continuo e contro tutti i nemici, da quelli vicini (Hamas e Hezbollah) a quelli lontani (Iran). Il rapporto con l’Amministrazione americana diventa più stretto, la convergenza politica diventa alleanza militare, con i duplici attacchi sferrati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran (2025, 2026). L’uccisione della Guida Suprema segna il clamoroso punto di svolta. Non si colpiscono soltanto gli scienziati addetti al programma nucleare né i capi militari e dei Servizi, si punta alla leadership politico-religiosa, allo scopo di disarticolare il regime ed avviarne il cambio.

I fatti sono andati, e vanno, diversamente. La dirigenza americana, non l’israeliana, persegue una transazione diplomatica con il regime iraniano. Il regime è cambiato rispetto al recente passato: non nel senso dell’apertura e della moderazione che si auspicava all’inizio della campagna militare. Si è blindato con la repressione e mascherato con la partecipazione di massa alle celebrazioni di Khamenei. L’Iran ha acquisito il controllo di Hormuz, con l’Oman che non si lascia sfuggire l’occasione. Manovra la chiave del rubinetto su quella parte di globalizzazione che naviga attraverso lo Stretto per raggiungere l’Europa e soprattutto l’Asia. Di qui l’interesse della Cina a calmare le acque ed indurre alla composizione.

Israele si prepara all’appuntamento elettorale di autunno, con due blocchi che i sondaggi vorrebbero appaiati. Per la prima volta il nuovo partito di Gadi Eisenkot (foto sotto)  raggiungerebbe il Likud di Netanyahu. Alleandosi con i partiti di Yair Lapid e Naftali Bennett fino ai Democratici di Yair Golan avrebbe la maggioranza dei seggi. La vittoria sarebbe più netta se la coalizione si allargasse ai partiti arabi. La loro inclusione, almeno in campagna elettorale, è ritenuta problematica. In seno al blocco governativo cominciano le prese di distanza, si vorrebbe garantire alla Destra il mantenimento del potere anche senza l’ingombrante Premier. Avigdor Lieberman potrebbe correre in proprio per raccogliere un certo numero di scontenti.

La partita è aperta, non è chiusa per Netanyahu. Egli conta sul grande elettore Donald Trump. Che il Presidente americano lo sostenga come solo lui può fare. Nella seconda metà di luglio si recherà alla Casa Bianca per un primo bilancio, faccia a faccia, del conflitto con l’Iran e della trattativa fra Washington e Teheran. Netanyahu è insoddisfatto dal suo andamento: non solo non vi sarebbe la disfatta iraniana ma la teocrazia passata nelle mani dei pasdaran riceverebbe importanti concessioni: la restituzione di una quota dei fondi congelati, il mantenimento della tutela sui gruppi alleati a Gaza e in Libano. Il faticoso riconoscimento reciproco fra Libano e Israele sarebbe messo a repentaglio. Se in Libano continua ad operare una milizia eterodiretta, le IDF non cesseranno dalle loro azioni e non arretreranno dalle posizioni conquistate. Il Governo spinge per la continuazione dei conflitti e la radicalizzazione del dibattito domestico, segnatamente nei confronti del potere giudiziario. Il che rende plausibile l’ipotesi di una crisi dello Stato a causa delle divisioni interne.

Su Netanyahu, come su qualsiasi leader amico ed alleato, pesa l’incontinenza verbale di Trump. Il suo colorito linguaggio non risparmia nessuno. Passi per i pavidi Europei. Persino Netanyahu, che pavido non è, è riportato nei ranghi: He [Bibi] knows who the boss is!

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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali  al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Rappresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra, è considerato un profondo conoscitore e saggista esperto di questioni mediorientali. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)

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