L’Iran non è una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti. Rischi globali dalla guerra

di Cosimo Risi - Il regime resiste all'attacco USA-Israele, malgrado l'assassinio di almeno 50 alti dignitari. La scelta di Mojtaba Khamenei come nuovo leader della Repubblica Islamica, chiaro segnale di continuità.

di Cosimo Risi

A dieci giorni dallo scoppio, la Terza Guerra del Golfo — le prime due furono combattute contro l’Iraq di Saddam Hussein — vede un bilancio in chiaroscuro. La controffensiva iraniana c’è stata e c’è, rabbiosa e indiscriminata nei primi giorni, in affievolimento nei giorni successivi. I bersagli ovvi sono le postazioni militari USA nell’area e Israele nel suo complesso.

I missili e i droni, ormai le armi à la page nelle guerre di oggi, colpiscono i bersagli nei paesi arabi del Golfo. Gli episodi più clamorosi sono a danno degli Emirati Arabi Uniti e di Dubai, la piattaforma araba verso l’Occidente e la comunità mondiale degli affari e del turismo. L’aeroporto riapre su scala ridotta, la vita riprende con qualche apprensione.

Il Presidente emiratino Mohammed bin Zayed, considerato lo stratega più fine del Golfo, e il Principe di Dubai Hamdan bin Mohammed Al Maktoum passeggiano nel centro commerciale e si trattengono al ristorante. Bisogna rassicurare il pubblico straniero che il pericolo è cessato, anche se l’immagine di paese sicuro è stata scalfita nei due giorni di spavento collettivo e di inefficacia della difesa contraerea.

Colpite le basi americane in Bahrein, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, neppure l’Oman, il mediatore della prima ora, è risparmiato dalla vendetta iraniana. Tutti i paesi limitrofi sono responsabili di intelligenza con il nemico e di sostanziale solidarietà con Israele. Nessuno però dei paesi colpiti interviene direttamente nelle ostilità. Il Principe saudita Mohammed bin Salman valuta e per il momento si astiene. Un impegno diretto porterebbe il Regno al fianco di Israele, uno stato che si è impegnato a riconoscere a conclusione della causa palestinese. Il prezzo politico sarebbe maggiore del vantaggio da ricavare nel porsi in seno alla coalizione vincente.

L’attacco alla base britannica a Cipro porta l’Unione Europea, non la NATO di cui Nicosia non è membro, al centro del mirino. Il Regno Unito invia alcune navi a protezione. Troppo tardi per il Presidente Trump, che dell’esitazione rimprovera il Primo Ministro Starmer. D’altronde nessuno in Europa assomiglia a Sir Winston Churchill, è la sconsolata considerazione dello stesso Trump.

L’Unione Europea non trova una posizione comune. La Spagna si chiama fuori con un «no» di principio a qualsiasi guerra. Francia, Germania, Italia si coordinano militarmente con il Regno Unito. Roma fa la sua parte con l’invio di alcune navi verso Cipro.

La divisione verte sulla valutazione giuridica dell’intervento americano-israeliano: legittimo in quanto «pre-emptive attack», e cioè attacco nell’imminenza dell’attacco nemico, oppure «preventive attack» in assenza di una effettiva e imminente minaccia. Alcuni richiamano il precedente della Seconda Guerra del Golfo. Gli americani e la coalizione dei volenterosi attaccarono l’Iraq sulla base della (falsa) asserzione che Saddam Hussein accumulava armi di distruzione di massa.

La rappresaglia iraniana è calata dell’80% rispetto ai primi due giorni. L’esaurimento delle scorte e il disordine decisionale a Teheran pesano quanto le continue raffiche di bombardamenti. «Il sistema iraniano non è più gestito in maniera ordinata, ma continua a funzionare sia pure parzialmente» – è la valutazione dei militari israeliani, i meglio informati di quanto accade nella capitale. L’esercito nelle sue varie componenti mantiene una certa autonomia decisionale per continuare a contrattaccare. Le cellule dei «proxies», le milizie amiche sparse nel quadrante arabo, colpiscono ai fianchi.

In Yemen, gli Houthi si muovono a bassa intensità, probabilmente per capire come volge il conflitto e dimostrare una certa indipendenza di azione. In Libano, Hezbollah è attivo. Il Governo libanese bandisce la milizia armata, ma non ha la forza per disarmarla. Le IDF hanno così l’occasione per penetrare nel sud del Paese e completare la pulizia interrotta nei mesi scorsi a seguito dell’intesa. Si sospetta che le IDF siano entrate in Libano per restarci a tempo indeterminato, essendo improbabile che le LAF (Lebanese Armed Forces) siano in grado di prendere il controllo. Dopo Gaza scarnificata ed affidata ad una guida internazionale e l’annessione strisciante della Cisgiordania, si arricchirebbe così il disegno del Grande Israele.

Gli americani pensano di ricorrere alle milizie curde per dare la spallata al regime iraniano e dare manforte ai ribelli. Dubbi sull’efficacia dei curdi sono espressi dagli stessi protagonisti. Molte volte adoperati in passato dagli occidentali per risolvere problemi, molte volte abbandonati al loro destino a missione compiuta. Si addestrano nel Kurdistan iracheno, la loro spinta sarebbe più di incitamento alle proteste di piazza che ad una battaglia frontale.

Il regime regge, malgrado che almeno 50 alti dignitari siano stati eliminati, fra loro la Guida Suprema, ma da oggi il figlio Mojtaba Khamenei è il nuovo leader, chiaro segnale di continuità. Per il presidente Masoud Pezeshkian la nomina è l’inizio di «una nuova era di onore e autorità» che «rafforza l’unità nazionale».

I bombardamenti hanno fortemente ridotto il numero dei missili balistici e dei lanciatori. Si evoca il ricorso alle forze terrestri per recuperare l’uranio arricchito. La prospettiva inquieta sia per la difficoltà di penetrare nei siti che per le prevedibili perdite.

Il Governo di Israele starebbe per raggiungere l’obiettivo di sempre: distruggere o fortemente ridurre la capacità militare d’Iran. La contesa politica interna vive una fase di fair-play. Gli oppositori plaudono all’azione congiunta con gli americani. Si preparano comunque alla scadenza elettorale di giugno, sperano di rovesciare la coalizione di destra e destituire Netanyahu. Nel loro auspicio hanno paradossalmente il sostegno di alcuni elementi fra i repubblicani d’America. Donald Trump si lascerebbe guidare da Bibi Netanyahu e dai suoi amici a Washington verso una guerra che non incontra l’interesse nazionale: l’Iran infatti non sarebbe una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti.

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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali  al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Rappresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra, è considerato un profondo conoscitore e saggista esperto di questioni mediorientali. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)

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