Lo scandalo di un’Europa spaccata e senza onore

La figuraccia di Merz alla Casa Bianca rivela l’impulso autodistruttivo dell’attuale classe dirigente europea. E Trump ne approfitta.

di Francesca De Benedetti

L’Europa pagherà il conto della guerra lanciata da Trump e Netanyahu in Iran. Anche per questo l’allineamento rivendicato da Friedrich Merz alla Casa Bianca – «we are on the same page» – è scandaloso. Zitto e muto mentre il presidente Usa coi suoi scagnozzi di governo divideva i leader europei tra obbedienti da lodare e disobbedienti da bullizzare, o peggio, allineato con Trump nel bacchettare Sánchez sulle spese militari, il cancelliere non ha fiatato neanche quando Trump ha citato «Angela». Merkel non avrà avuto una visione – citava anzi Helmut Schmidt, «se hai una visione, vai dal medico» – ma mostrava una postura: quella schiena dritta della foto del 2018 in cui puntò i pugni sul tavolo facendo indietreggiare Trump. Merz invece, assieme a von der Leyen e al resto della classe dirigente europea, preferisce che sia l’Europa a fare un passo indietro.

Si accontenta di venire a patti sulla torta: ok all’acquisto di energia e armi Usa, se in prospettiva la Germania si riarma e dirige la difesa continentale (a quel punto la Francia tenga pure il pulsante nucleare). Ok ai dazi all’Ue senza contromisure, pur di risparmiare l’automotive. Ok all’abbattimento delle tutele sociali, ambientali e digitali, se ciò placa le corporation. Quella che una volta si chiamava «Europa a due velocità» è stata snaturata: una volta significava spingere in avanti l’integrazione europea; oggi significa che un pugno di leader spinge i propri interessi.

La Germania non dimentica la frase di Merz di pochi mesi fa: «E se proprio Trump con l’Europa non può fare nulla, che faccia della Germania il suo partner»; purché qui ci si barcameni, la nave può affondare. «L’Allemagne s’interroge sur l’avenir du projet européen»: a Berlino c’è chi dubita che l’Ue sopravviva, allertava le Monde a gennaio. E se sopravvive, come? L’attuale classe dirigente ne sta svuotando dall’interno la portata.

Impulso autodistruttivo

Berlino, e di riflesso Bruxelles, non ha una vera strategia industriale. Ma ha voluto illuderci che rincorrendo il modello americano il nostro comparto produttivo potesse rianimarsi: riconversione bellica, adeguamento al nuovo neoliberismo trumpiano che vede nell’antitrust un nemico, smantellamento del welfare, deregolamentazione selvaggia. E mentre Merz, con von der Leyen, imitava il fallimento Usa, Trump si è fatto beffa degli europei.

Non sta fermando Putin. Ma ha fatto sì che le porte dei ministeri europei di Difesa e Interni si aprissero per Peter Thiel e i broligarchi: le dipendenze aumentano. Ha ottenuto dalle capitali e da von der Leyen l’impegno a pagare le sue armi e la sua energia; poi ha architettato hub per nucleare e gas strategicamente disposti in paesi come l’Ungheria. Dopodiché attacca l’Iran: il caos energetico si trasforma nella sua occasione, ci mostra i rischi della dipendenza dell’Ue dagli Usa (di cui von der Leyen è esecutrice ma Merz e Meloni i sostenitori).

Finisce per sembrare un cucchiaino con cui svuotare il mare di guai, l’Industrial Accelerator Act presentato questo mercoledì dalla Commissione in versione ridimensionata, dopo così tanti rinvii che pure il macroniano commissario Stéphane Séjourné ammette: «È stato così difficile» arrivare a sintesi (anche per l’opposizione tedesca e le pressioni esterne). E dire che l’Act, concepito per condizionare i vantaggi per le imprese al fatto che producano in Europa, era quel poco di made in Europe rimasto nel «ritiro» dei leader europei che ha proiettato l’Ue dritta verso il modello americano. L’Act era l’ultimo vessillo della «preferenza europea» e, forse, europeista.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Domani, che ringraziamo

 

 

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