di Lisa Di Giuseppe
Un amore appena nato e già finito? Di certo, Giorgia Meloni per i giornalisti ha risposte che non saranno piaciute a Friedrich Merz. Nel sabato in cui il cancelliere, «l’amico Friedrich» con cui la premier ha trovato l’intesa politica nelle ultime settimane, è a Monaco, la presidente del Consiglio prima di salire sull’aereo che da Addis Abeba la riporterà a Roma trova il tempo di porsi su un fronte diametralmente opposto rispetto al cancelliere. «Le critiche alla cultura Maga? Non le condivido. Queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene, ma non è un tema di competenza dell’Unione Europea». Parole che portano l’Italia verso l’isolamento rispetto alla direzione dell’Europa. Meloni è infatti l’unica leader a non aver espresso una linea netta sulle minacce quotidiane di Trump.
Non solo Gaza
Insomma, tra Washington e Berlino Meloni sceglie la Casa Bianca, anche con l’inquilino attuale. Anzi, con l’occasione abbraccia anche l’ultimo progetto di Donald Trump aggirando il vincolo posto dalla Costituzione: l’Italia sarà membro osservatore del Board of Peace messo in piedi dal presidente americano per la ricostruzione di Gaza. «Dopo tutto il lavoro che il nostro paese ha fatto, sta facendo e deve fare per la stabilizzazione del Medio Oriente, una presenza italiana ed europea è necessaria» dice la premier.
Tutto questo, mentre a Monaco la nuova Europa aspirante indipendente muoveva i primi timidi passi. A poco sono servite le parole concilianti di Marco Rubio: «Non vogliamo che l’Europa sia debole, altrimenti anche gli Usa saranno più deboli, vogliamo alleati forti, che non siano incatenati dalla vergogna e dalla paura» ha detto il segretario di stato, provando a porre rimedio a tutte le provocazioni trumpiane.
Ciononostante Meloni – che già aveva preso fisicamente le distanze dai passi di Merz&co. scegliendo di non partecipare alla Conferenza di Monaco preferendo il vertice sul Piano Mattei nel Corno d’Africa – insiste sulla sua scelta di campo. Da un lato, le parole del cancelliere, che ha certificato la spaccatura tra Europa e Stati Uniti, le consegnano il ruolo di unica “suggeritrice” di Trump, dall’altro la sua presa di posizione la lascia fuori dal novero della potenziale nuova Europa autonoma da Washington, per quanto confusa.
Primi passi
Con buona pace di Keir Starmer, che pure con una serie di riferimenti agli «amici americani» ci tiene a far sapere che «il Regno Unito non è degli anni della Brexit. Perché sappiamo che, in tempi pericolosi, non potremmo assumere il controllo chiudendoci in noi stessi. Non c’è sicurezza britannica senza l’Europa, né sicurezza europea senza la Gran Bretagna. È questa la lezione della storia».
Anche «l’amica Mette» di Meloni, la premier danese Frederiksen che ha puntato i piedi contro le ambizioni groenlandesi di Donald Trump, trova parole chiare per avvertire che il presidente non ha rinunciato neanche lontanamente ai suoi piani espansionistici. «Penso che il desiderio del presidente degli Stati Uniti sia esattamente lo stesso» ha detto in un panel sull’Artico, sottolineando che Trump resta «molto determinato» nel controllare il territorio.
Perfino Ursula von der Leyen chiede «maggiore indipendenza» per l’Europa, soprattutto in campo digitale. Un segnale chiaro in direzione Washington, dove gli argini all’attività dei miliardari tech sono spesso sgraditi: «La nostra sovranità digitale è la nostra sovranità digitale. Abbiamo una lunga tradizione in materia di libertà di parola».
La verità è che Meloni è d’accordo sull’impegno maggiore in sicurezza, ma le sovrapposizioni con le priorità degli altri leader europei (e dell’Europa stessa) finiscono qui. «Credo che Merz faccia una valutazione corretta quando dice che l’Europa deve occuparsi di sé stessa» ammette la premier, che però poi torna a guardare Oltreoceano, dimostrando ancora una volta in che squadra voglia giocare. «Lavorare a una maggiore integrazione tra Europa e Stati Uniti, valorizzare quello che ci unisce piuttosto che quello che può dividerci, è molto importante per tutti, particolarmente per i paesi europei». D’altra parte anche per il ministro degli Esteri Antonio Tajani l’intervento di Rubio in mattinata era da considerarsi «positivo».
La rinnovata vicinanza di Meloni a Trump offre l’occasione all’opposizione di criticare il posizionamento internazionale del governo. «Nessuno si salva da solo, noi siamo per un’Europa federale» dice la segretaria Pd Elly Schlein, che però si esprime anche contro il rapporto preferenziale con la Germania: «Sbagliato fare asse principalmente con il paese che si sta più opponendo agli investimenti comuni europei e agli Eurobond», spiega. Una posizione in linea con quella espressa da Giuseppe Conte qualche giorno fa, ma che non conquista – per usare un eufemismo – i riformisti. Anche perché al governo in Germania ci sono anche i socialdemocratici della Spd.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Domani, che ringraziamo
