di Cosimo Risi
Le elezioni legislative si tengono il 27 ottobre, la strategia del Primo Ministro in carica per restare in carica anche dopo, assieme alla coalizione di destra, si fa più marcata. Tenere alto il pubblico sentimento di insicurezza, affinché gli elettori continuino ad affidare le sorti dello Stato a chi della sicurezza si è fatto paladino.
Domenica, Benjamin Netanyahu si reca ad Abu Dhabi a colloquio con il Presidente EAU. Il motivo dichiarato è che Israele è informato da un possibile attacco da parte di generici nemici, facile indicarli nell’Iran, in occasione delle elezioni per manipolarne l’esito. Il motivo non dichiarato è di convincere Mohammed bin Zayed a smentire l’inchiesta dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, l’estratto è stato pubblicato dal quotidiano Haaretz. I giornalisti ipotizzano che lo Sceicco avrebbe informato Netanyahu di un attacco da Hamas giorni prima del pogrom e che sarebbe rimasto sorpreso dalla reazione tranquillizzante di Netanyahu. La situazione a Gaza è sotto controllo, a preoccupare il Governo di Gerusalemme è la Cisgiordania (Giudea e Samaria, nel nuovo e vecchio linguaggio della destra).
Le fonti emiratine tacciono sul tenore del colloquio di un’oretta. Il Ministero degli Esteri di Abu Dhabi reitera il comunicato diffuso allo scoppio del caso: le parti tengono “aperte e dirette le linee di comunicazione” per lo scambio di “tutte le rilevanti informazioni di intelligence”. Che le linee fossero aperte anche prima del pogrom, è facile desumere dal linguaggio asettico del comunicato.
Le opposizioni chiedono conto al Primo Ministro del nuovo allarme sulla sicurezza, un atteggiamento che contrasta con quanto egli stesso ha dichiarato giorni addietro. L’Iran si asterrebbe dal minacciare nuovamente Israele: “l’Iran sa perché”. La minaccia allora velata, oggi aperta, è che Israele risponderebbe in maniera forte, in qualsiasi modo, a qualsiasi distanza. La dichiarazione è rilasciata da Netanyahu all’interno di una base dell’IAF (Israeli Air Force), avendo un caccia alle spalle. Il messaggio è molto poco subliminale.
Un cerchio di indiscrezioni si stringe attorno a lui, questo ne rende la campagna elettorale proporzionalmente più stringente. Il suo intervento all’Assemblea Generale ONU è stato accolto con freddezza dagli amici e snobbato dai critici, molte delegazioni hanno lasciato la sala.
Il Re di Giordania, l’amico storico di Israele dall’epoca di Re Hussein che avvertì invano Golda Meir dell’attacco dello Yom Kippur, è severo: Israele rappresenta “una sempre crescente minaccia”. Il rifiuto della soluzione dei due stati non è temporaneo, è scolpito nella pietra. Gaza e Cisgiordania sono dossier collegati dalla stessa virulenza nell’affrontarli. Nella Striscia si distrugge, in Cisgiordania si annettono spazi in maniera sistematica.
Certi episodi danno ragione ad Abdallah. Dopo il caso di Qusra, l’assedio dei coloni all’abitazione di un palestinese naturalizzato americano, si profila quello di Jalud. Gli assedianti costringono gli abitanti a lasciare l’immobile. La Corte Suprema ordina alle IDF di ripristinare lo stato antecedente. Le IDF ritardano l’esecuzione.
Non è casuale che il Ministro della Difesa sia impegnato ad istruire le forze armate ad un atteggiamento assertivo “in Giudea e Samaria”. La speranza – osservano maliziosamente i critici – è che le forze di sicurezza palestinesi facciano fuoco contro i militari o “i facinorosi” (così gli assalitori sono qualificati dal Primo Ministro) ed offrano il pretesto ad un’operazione militare su vasta scala. Verso l’occupazione dell’intera zona? O verso il trasferimento del suo controllo al Regno di Giordania? Questa è la singolare proposta di Avigdor Lieberman, subito respinta dal Re.
Amman non ha alcuna intenzione di rimpiazzare Israele a Gaza né l’Autorità Palestinese in Cisgiordania.
Scintille della campagna elettorale lambiscono il cinema e la televisione. La quinta serie di Fauda è fra i principali successi di Netflix, è fra le più viste persino nel mondo arabo, pur mettendo in scena i fatti del 7 ottobre. Il documentario Naza è premiato a Venezia, i suoi registi sono accusati di tradimento da membri del Governo per avere dato voce ai militari sui fatti di Gaza. Da una parte è un sistema che si chiude a fronte delle minacce esterne, dall’altra è una società civile che guarda dentro ai fatti con critica lucidità e senso dello spettacolo.
L’alleato principale di Israele sembra meno propenso a seguire le giravolte di Netanyahu. Una parte della dirigenza a Washington, in primis il Vicepresidente, gli addebita le informazioni inaccuratamente ottimistiche sullo stato del regime a Teheran. I Democratici, favoriti dai sondaggi alle elezioni di metà periodo, prendono le distanze dal Governo di Gerusalemme che sentono lontano sul piano ideale e politico. Donald Trump, impegnato nella visita del Presidente cinese, non riceve Netanyahu a margine dell’Assemblea ONU. Sono segnali se non di critica quanto meno di una più prudente valutazione dei rapporti.
Sullo sfondo è la domanda capitale: il Primo Ministro è all’ultimo giro di giostra?
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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Rappresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra, è considerato un profondo conoscitore e saggista esperto di questioni mediorientali. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)