Le strade di Washington sono tappezzate di manifesti che ridefiniscono la natura del conflitto. Piuttosto che con il nome ufficiale di Operazione Epic Fury, le scritte sui muri presentano la guerra di Donald Trump come Operazione Epstein Fury. Un altro manifesto mostra l’immagine di un militare americano caduto, Cody Khork, in posa davanti alla bandiera a stelle e strisce, accompagnata dal messaggio che la sua morte non fosse necessaria per proteggere la classe dirigente legata a Jeffrey Epstein.
La cronologia degli eventi alimenta queste congetture. Il 24 febbraio, quattro giorni prima dell’inizio dei bombardamenti sull’Iran, un rapporto ha rivelato che il Dipartimento di Giustizia aveva rimosso oltre cinquanta pagine di interviste riguardanti Trump dai fascicoli del caso Epstein. Tra queste figurerebbe la testimonianza di una vittima che accusa l’attuale Presidente di abusi risalenti a decenni fa, avvenuti quando lei era ancora una bambina.
Sebbene l’ipotesi di un conflitto iniziato per distogliere l’attenzione pubblica possa apparire una teoria del complotto, l’idea circola tra esponenti autorevoli della società americana, dai repubblicani ai democratici, fino ai podcaster più seguiti. Thomas Massie, deputato repubblicano che si è scontrato ripetutamente con il Presidente sulla pubblicazione dei documenti, ha osservato su X che bombardare un Paese dall’altra parte del mondo non farà sparire i file di Epstein, così come non basterà un indice Dow Jones sopra quota 50.000 a risolvere la questione.
Questa posizione è condivisa anche da Marjorie Taylor Greene, ex alleata di Trump. Il giorno dell’inizio dei raid, la rappresentante alla Camera ha lamentato l’assenza di arresti e di giustizia per il caso Epstein, sostenendo che invece della verità gli americani abbiano ottenuto una guerra finalizzata a un cambio di regime in Iran per favorire gli interessi di Israele.
Anche sul fronte democratico si registrano sentimenti analoghi. Graham Platner ha dichiarato che il conflitto è alimentato dal timore della Casa Bianca che l’opinione pubblica si concentri sul coinvolgimento di Trump e dei suoi associati nei documenti secretati. Persino Joe Rogan, il cui podcast vanta undici milioni di ascoltatori mensili, ha suggerito che l’attacco ai siti nucleari iraniani possa servire a far dimenticare ogni altra controversia.
I sondaggi sembrano confermare questa tendenza. Una rilevazione condotta da Zeteo e altre testate indica che il 52% degli americani ritiene che l’attacco sia legato alla gestione mediatica del caso Epstein. Il dato scorporato rivela che la convinzione appartiene all’81% dei democratici, al 52% degli indipendenti e al 26% dei repubblicani.
Chris Edelson, docente presso l’Università del Massachusetts Amherst, ritiene verosimile che la guerra sia stata utilizzata come distrazione, sottolineando la gravità dei contenuti emersi dai fascicoli. Egli nota come, nonostante l’esistenza di una legge per la pubblicazione dei file, le parti più compromettenti siano rimaste riservate. Secondo Edelson, se questo è stato il calcolo strategico, l’esito è stato un disastro che ha semplicemente sostituito una situazione terribile con una di natura diversa.
Il 6 marzo, sei giorni dopo l’inizio delle ostilità, sono stati resi pubblici ulteriori documenti relativi ai rapporti tra il Presidente ed Epstein, incluse le interviste alla presunta vittima. L’accusatrice, rimasta anonima, afferma di aver incontrato Trump tramite Epstein intorno al 1983, quando aveva tra i tredici e i quindici anni. L’amministrazione Trump ha respinto tali affermazioni definendole accuse prive di fondamento. Al momento, l’urgenza del conflitto bellico sembra aver parzialmente oscurato queste rivelazioni nel dibattito pubblico.
Dalla Casa Bianca è giunta una nota ufficiale che definisce ridicola l’ipotesi di un legame tra la guerra e i titoli di giornale su Epstein. Tuttavia, i manifesti rimangono sulle mura della capitale e il dibattito prosegue. Rick Wilson, esperto stratega repubblicano, osserva che di fronte a un’economia incerta e alle persistenti ricadute politiche della vicenda Epstein, la guerra con l’Iran è stata vista come il perfetto azzeramento della narrativa. Per Trump, il conflitto rappresenta lo strumento definitivo per ripartire politicamente, a prescindere dai costi.
Fonte: The Telegraph
