Perché la guerra? Dialogo fra Albert Einstein e Sigmund Freud

di Cosimo Risi - L'analisi senza tempo di due geni del Novecento sul fragile confine tra diritto, violenza e sovranità delle nazioni.

di Cosimo Risi

Agli inizi dei Trenta del XX secolo, su incarico della Società delle Nazioni, Albert Einstein è invitato a dialogare con un altro intellettuale sul tema della guerra. La riflessione è quanto mai opportuna. L’Europa esce lacerata dalla Prima Guerra Mondiale e dal Trattato di Versailles, con le pesanti sanzioni a carico della Germania. In Italia, il Fascismo detiene il potere e rivendica la libertà d’azione sulla scena internazionale per costruire l’Impero. In Germania, il Partito Nazionalsocialista si rafforza fino a conquistare, di lì a poco, il potere. L’antisemitismo dilaga, i Due ne sono vittime. Si avvertono le avvisaglie di un nuovo conflitto.

Einstein sceglie come interlocutore Sigmund Freud, l’altro genio del Novecento, parimenti un ebreo laico e germanofono. Fra il fisico della teoria della relatività ed il creatore della psicanalisi la corrispondenza prende il titolo di Perché la guerra?. Feltrinelli (2026) raccoglie il carteggio nel libretto dall’omonimo titolo assieme ad altri loro scritti. Alcuni argomenti recano i segni del tempo, altri rivelano una straordinaria attualità. A partire dalla domanda di fondo: perché la guerra?

Freud (1879-1939) assisterà allo scoppio della nuova guerra, Einstein (1879-1955) sarà un protagonista politico con la campagna a favore dell’arma atomica americana e del pacifismo. Einstein vede nell’ONU, nata dalle ceneri della Società delle Nazioni, l’embrione di governo sovranazionale tale da contenere i nazionalismi e le pulsioni alla guerra.

Ed in effetti la guerra pare passata di moda, almeno nell’emisfero civilizzato, con la Carta di San Francisco e l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Non che sia finita come pratica per risolvere le controversie fra le nazioni, ma come esercizio generalizzato del dominio di una parte sull’altra. Come conflitti globali. Le guerre invece continuano ad imperversare, colpiscono il cosiddetto mondo civilizzato, minacciano dappresso la civiltà europea, cui generosamente assegniamo l’estremo baluardo della razionalità.

La guerra è abiezione, i Due concordano pienamente nel giudizio. La guerra è parte del comportamento umano, della pulsione all’aggressività, si manifesta nei rapporti fra gli individui, stinge, ingigantita, nei rapporti fra le nazioni. Essi hanno in comune la lettura del classico di Immanuel Kant, lo citano nel carteggio. Per la pace perpetua, un progetto filosofico è il pamphlet di fine Settecento con cui il filosofo di Heidelberg detta le condizioni per la cessazione delle ostilità.

I Due concordano sul rimedio fondamentale per superare la bellicosità e risolvere le controversie in via transattiva. Le nazioni devono rinunciare ad una quota della sovranità nazionale a favore di un organismo sovranazionale, da dotare di poteri efficaci per fare rispettare le proprie decisioni. Per dirla con Einstein: “il cammino verso la sicurezza internazionale passa dalla rinuncia incondizionata degli stati a una parte della loro libertà di azione, vale a dire della loro sovranità, e dovrebbe essere del tutto indubitabile che non c’è altra strada che garantisca quella sicurezza”.

La Dichiarazione Schuman, ne rinnoviamo ritualmente il ricordo con la Festa d’Europa di maggio, prende le mosse dalla stessa constatazione. Per l’integrazione europea, le sovranità nazionali vanno limitate consensualmente a favore di un’autorità sovranazionale, da dotare di poteri tali da imporre il proprio volere nei confronti delle parti contraenti. Quando il trasferimento delle quote di sovranità si inceppa e le parti tornano nel possesso della sua totalità, la forza prevale sul diritto per modulare un nuovo diritto a propria convenienza.

Così Freud: “il punto di partenza corretto per la nostra indagine [è] il rapporto tra diritto e forza. Posso permettermi di sostituire la parola “forza” con il termine più forte e stridente “violenza”? Oggi, ai nostri occhi, diritto e violenza appaiono contrapposti. Eppure, è facilmente dimostrabile come l’uno si sia sviluppato dall’altro”. La violenza bellica produce, appunto, un nuovo diritto più consono all’interesse di chi esercita la violenza con maggiore efficacia.

A volere trasporre l’asserzione alla situazione attuale si comprendono le vicende che oppongono la Russia all’Ucraina e gli Stati Uniti (con Israele) all’Iran. Il diritto pattizio quale scritto nelle varie intese – per l’Ucraina il rispetto dell’indipendenza sin dal collasso dell’Unione Sovietica, per l’Iran il Piano d’Azione sul nucleare – viene meno quando le parti non lo riconoscono più come vincolante. Tendono a modificarlo con la forza (la violenza, per stare a Freud) e così produrre un nuovo diritto.

Perché reagiamo con indignazione alla guerra, si chiede Freud: “perché non la accettiamo invece come un’altra delle molte penose necessità della vita? La guerra, in fondo, sembra essere conforme alla natura, biologicamente fondata e praticamente quasi inevitabile”. La risposta viene poco dopo: la guerra “annienta vite umane piene di speranza, mette l’individuo in condizioni degradanti, costringendolo a uccidere altri esseri umani, contro la sua stessa volontà, e perché la guerra distrugge beni materiali frutto del lavoro umano, e molto altro ancora”.

Nello scritto di apertura del libro (Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte – 1915), Freud riflette sul dialogo fra Odisseo vivo e Achille defunto (Omero, Odissea). Fra l’esploratore indomito ed il guerriero invincibile, il primo è ancora in vita ed il secondo è nel regno delle ombre. Il rimpianto di Achille per la propria misera condizione offre a Freud la possibilità di ribaltare l’antico adagio “Si vis pacem, para bellum” in “Si vis vitam, para mortem”.

La vita è un allenamento all’illusione: “sopportare la via resta pur sempre il primo dovere di ogni essere vivente”. Il divieto della guerra è perciò imperativo: la guerra nega l’illusione del vivere.

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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali  al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Rappresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra, è considerato un profondo conoscitore e saggista esperto di questioni mediorientali. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)

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