PECHINO – Dopo un’era glaciale diplomatica durata otto anni, un Primo Ministro britannico torna a calcare il suolo cinese. L’arrivo di Keir Starmer a Pechino è il segnale tangibile di un riassetto geopolitico in corso. Accompagnato da una nutrita delegazione di quasi 60 leader d’impresa e rappresentanti culturali, Starmer tenta di “costruire ponti” economici, una mossa dettata da necessità interne ma, soprattutto, dal vuoto di leadership e stabilità creato dall’altra parte dell’Atlantico.
La missione di Starmer è in larga misura una risposta diretta e pragmatica alle turbolenze generate dalle politiche commerciali “stupide” – per usare un eufemismo che circola nelle cancellerie europee – e dall’approccio ondivago di Donald Trump. L'”America First” portato alle sue estreme conseguenze, fatto di dazi punitivi e minacce anche agli storici alleati, sta costringendo l’Occidente a ricalcolare le proprie traiettorie. Londra, doppiamente isolata dopo la Brexit e ora diffidente verso l’imprevedibile alleato americano, si vede costretta a cercare ossigeno economico altrove, anche a costo di stringere la mano a quello che l’apparato di sicurezza inglese definisce una “minaccia”.
A Pechino, l’apertura britannica è accolta con malcelata soddisfazione strategica. La stampa di stato cinese legge la visita come una crepa nel fronte occidentale a guida USA. Il Global Times, spesso specchio delle posizioni più assertive del Partito Comunista, ha salutato l’arrivo di Starmer sottolineando come “la razionalità economica stia iniziando a prevalere sulla mentalità da Guerra Fredda imposta da Washington”. In un editoriale, il giornale ha evidenziato che per il Regno Unito “seguire ciecamente gli Stati Uniti nel contenimento della Cina non serve più i propri interessi nazionali fondamentali”, lodando la “scelta autonoma” di Londra. L’agenzia Xinhua ha rincarato la dose, invitando il Regno Unito a “resistere alle interferenze esterne” per sbloccare il “vasto potenziale” della cooperazione bilaterale.
La mossa di Starmer è parte di un trend più ampio. È lo stesso copione che vede l’Unione Europea corteggiare assiduamente l’India di Narendra Modi. Bruxelles, scottata dai dazi americani e dalle politiche industriali aggressive e ricattatorie di Trump, vede in Nuova Delhi un contrappeso economico necessario, chiudendo un occhio sulle perplessità legate alla deriva nazionalista indiana. Che sia Londra con Pechino o l’UE con l’India, il denominatore comune è la diversificazione del rischio di fronte a un’America che non offre più garanzie, vista l’instabile testa dell’uomo di Mar-a-Lago.
Ma il cammino di Starmer resta un campo minato. In volo verso la Cina, il premier ha difeso la presenza dei CEO britannici parlando di “opportunità concrete” per il Regno Unito. Ma in patria, l’establishment della sicurezza interna frena. Le parole di Sir Ken McCallum, capo dell’MI5, sui rischi quotidiani posti dagli “attori statali cinesi” per la sicurezza nazionale risuonano forte. Starmer sta tentando un equilibrismo estremo: attrarre capitali cinesi senza alienarsi l’apparato di intelligence e senza apparire troppo morbido sui diritti umani. È una scommessa dettata dalla realpolitik, resa inevitabile da un ordine mondiale in cui le vecchie certezze atlantiche stanno rapidamente evaporando.