Trump, “El Presidente”

di Cosimo Risi - Il panorama internazionale ha un che di labirintico. Ma l’approccio ultra-pragmatico di Trump è riduttivo. Il suo era, ed è, un programma velleitario, basato sulla fallace assunzione che anche le altre parti accettino la regola d'oro che il Presidente americano vuole imporre: la politica come business.

di Cosimo Risi

‘El general en su laberinto’ è il geniale titolo della biografia di Simon Bolivar a cura di Gabriel Garcia Marquez. El presidente in questione è el Jefe Maximo, The Commander in Chief delle forze armate più potenti al mondo e padrone del destino planetario. 

Donald Trump si muove nel labirinto delle promesse elettorali, troppo sperticate per essere realizzate nei tempi brevi che egli stesso ha assegnato all’impresa. Chiudere le guerre di Ucraina e Gaza. Più che “vaste programme”, per dirla con Charles de Gaulle, era ed è un programma velleitario, basato sulla fallace assunzione che le altre parti giochino al gioco con la regola che il Presidente americano vuole imporre: la regola aurea degli affari. 

Non è un caso che egli intitoli all’oro il progetto Golden Dome, lo scudo spaziale sul modello dello Iron Dome israeliano. Israele usa il ferro, l’America pretende l’oro, il metallo in cui Paperon de’ Paperoni si tuffa nel forziere di casa.

Esercitare pressione sull’amico e alleato è la pratica più sofferta e relativamente più facile. Minacci Volodymyr Zelenskyj che intendi oscurare Star Link e tagliare le forniture militari che quello deve subire le contumelie alla Casa Bianca, salvo essere riabilitato nella Basilica di San Pietro. Il feretro di Papa Francesco impone la sobrietà.

L’altro amico e alleato, Benjamin Netanyahu, è fatto della pasta del sionismo nazionalista risalente alla dottrina di Ze’ev Jabotinsky. Nella coalizione di governo si unisce all’integralismo messianico del sodale Bezalel Smotrich. L’operazione Carri di Gedeone a Gaza richiama volutamente la vicenda biblica di Gedeone, come lo fu il ricordo di Amalek e degli Amalechiti quando Hamas sfondò la barriera nell’ottobre 2023.  La Destra israeliana non considera il lasso di tempo che separa l’attualità dall’antichità.

Con Vladimir Putin, Trump scambia cordialità telefoniche (Caro Vladimir, Caro Donald). Si avvede che quello intende una sola ragione: il riconoscimento della vittoria, peraltro già guadagnata sul terreno, ed il trionfo d’immagine. Il russo sarà sensibile agli affari, tiene ancor più all’idea del nazionalismo ed al vessillo del prestigio internazionale. Gli brucia ancora la battuta di Barack Obama che declassò la Russia a potenza regionale. 

Nella frustrazione dell’incompreso, Trump commette la gaffe di asserire che la guerra in Ucraina è un affare fra Europei. A significare, nella percezione di Putin, che la Russia combatte su un terreno circoscritto e che i suoi interlocutori naturali sono i pavidi dirigenti europei. La condanna della codardia e della stupidità è ribadita dal solito Dmitry Medvedev. Proprio a lui, già Presidente e Primo Ministro, Obama guardò come al modernizzatore di Russia. 

C’è probabilmente del fumo mediatico attorno ai sentimenti di Trump. Anche se il personaggio è aduso agli scatti d’umore ed agli sfoghi pubblici. Il contrario del buon diplomatico che si muove simulando di stare fermo e parla simulando il silenzio. Si veda la scuola della diplomazia vaticana. La Santa Sede mobilita i Cardinali in cerca del canale umanitario, condanna ma non troppo l’aggressione russa, con Leone XIV si dichiara pronta ad ospitare i negoziati fra le parti. L’auspicio è riecheggiato dalla diplomazia italiana, sempre in cerca di un posto al tavolo negoziale.   

Trump è frustrato per la noncuranza di Vladimir verso le sirene degli affari, irritato per l’ostinazione di Bibi nell’occupare Gaza. Il Primo Ministro spera che, con la pressione militare, la popolazione si decida a denunciare i sequestratori degli ostaggi perché siano liberati senza addivenire a compromessi con Hamas. Il prezzo in termini umanitari è così alto che l’Unione europea decide di esaminare la revisione dell’accordo di associazione.

L’accordo risale ai primi del Duemila, fu sottoscritto durante l’effimera stagione seguita agli Accordi di Oslo e Parigi e sulla scorta della parimenti effimera Dichiarazione di Barcellona. Nel 1995, in Catalogna, la Dichiarazione sancì la nascita del partenariato euromediterraneo, gli accordi di associazione fra l’Unione ed i paesi terzi mediterranei ne erano la codificazione pattizia. Quello con Israele era il più avanzato per i contenuti. Israele non subiva i pregiudizi politici che gravavano sui partner arabi. 

Il Consiglio chiede alla Commissione una proposta di revisione. L’accordo resta dunque in vigore, conta il segnale politico nei confronti del Governo di Gerusalemme per come conduce la campagna di Gaza. Le delegazioni italiana e tedesca votano contro, ennesimo riflesso del complesso di colpa delle due ex potenze dell’Asse. 

Una parola di chiarezza viene da Yair Golan, leader del Partito Democratico israeliano: “Israele è sul punto di diventare uno stato paria, come lo era il Sudafrica dell’apartheid, se non torna ad agire da paese sano”. È singolare che Netanyahu lo accusi di disfattismo: Golan è stato Vicecapo di Stato Maggiore IDF e primo soccorritore delle vittime di ottobre 2023. Ha il torto di denunciare il precipizio reputazionale in cui lo Stato sta cadendo. Naftali Bennett, già Primo Ministro e leader dell’opposizione, è accreditato come vincente dai sondaggi. Al colmo dell’insofferenza, Trump lo inviterebbe alla Casa Bianca: una sorta di investitura.

Il panorama internazionale ha un che di labirintico. La complessità dei rapporti va colta in tutte le articolazioni, non si può ridurre lo spartito alla sola musica degli affari. Vanno considerate le matrici ideali nonché le ambizioni personali dei dirigenti che, con la sconfitta, rischiano di perdere non solo la faccia. L’approccio ultra-pragmatico di Trump è riduttivo. La mediazione vaticana sarà improbabile per la prevedibile riserva di Mosca (e del patriarcato ortodosso) a riconoscere un ruolo siffatto alla Santa Sede, avrebbe però il vantaggio di curare la sensibilità alle sfumature.

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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali  al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Il suo ultimo libro è “Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali” (Luca Sossella Editore, 2024)

 

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