Trump ridisegna l’ordine mondiale, e l’Europa resta da sola

di Cosimo Risi - La National Security Strategy di Washington riscrive i rapporti di forza. per la guerra in Ucraina, la NATO e per l’asse Mosca–Pechino–New Delhi. In ogni caso il Vecchio Continente rischia di scivolare ai margini.

di Cosimo Risi

Donald Trump si appresta a “tradire” l’Ucraina. L’Europa deve reagire con la faccia feroce alla Russia: non per proseguire la guerra, ma per chiuderla da una posizione di vantaggio. La prima dichiarazione è attribuita a Emanuel Macron nel classico fuori onda della sua conversazione con Volodymyr Zelenskyy. La seconda è di Friedrich Merz allo stesso Zelenskyy per metterlo in guardia dalle manovre contro il suo paese. A tramare sarebbe l’insolita coppia Trump-Putin, avversari che si rispettano come i capi clan, non potendo combattersi, si spartiscono i territori d’influenza. Nell’anniversario della saga de Il Padrino di Coppola, l’immagine ci può stare.

Il documento National Security Strategy degli Stati Uniti fa discutere per il tono fra lo sprezzante e il compassionevole che adopera nei confronti dell’Europa: la nostra civiltà è prossima al collasso. La diagnosi americana ricalca quella russa, che è però riferita all’intero Occidente. Stiamo perdendo la bussola del cristianesimo integro a favore di un multiculturalismo che vorremmo aperto (inclusivo, secondo il lessico in uso) e che, allo stato dei fatti, si rivela caotico e moralmente dissoluto. Sia russi che americani tacciono il fatto nuovo del Pontefice americano, con residenza a Roma ed sguardo all’America del Nord ed all’America Latina. Il pontificato di Leone è neutro rispetto al collasso europeo?

Il preambolo del documento strategico reca la firma del Presidente, a smentire i suoi apologeti che lo vorrebbero ignaro del contenuto. Trump vanta i successi di un anno di mandato: l’impegno degli alleati NATO ad accrescere il contributo al 5% del PIL e soprattutto i successi nelle crisi mondiali. La Operation Midnight Hammer, il martello di mezzanotte, il nome è evocativo, ha demolito il potenziale nucleare iraniano. Le paci fra Cambogia e Tailandia, Kossovo e Serbia, Congo e Ruanda, Pakistan e India, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, la tregua a Gaza sono gli anelli della corona presidenziale. Manca il più importante: l’Ucraina e, con essa, la stabilizzazione d’Europa. Sarebbe il compito primario degli Europei, la loro ignavia trascina la crisi.

L’Ammiraglio italiano alla guida del Comitato Militare NATO ha l’imprudenza di affermare che alla guerra ibrida di Mosca dobbiamo non solo reagire, quando siamo spesso in ritardo, dobbiamo prevenirla con attacchi parimenti mirati. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa di Francia ammonisce la Nazione a sacrificare i suoi giovani per la salvezza della Patria.

Il turbine delle esternazioni merita quel poco di chiarezza in una situazione sul terreno complessa per non dire caotica. La sorte della guerra non volge a favore dell’Ucraina. Questo è un fatto che neppure l’ex Ministro degli Esteri di Kiev riesce a dissimulare. Permettere ai giovani di emigrare all’estero malgrado le restrizioni della legge marziale favorisce la popolazione ed indebolisce la demografia del paese. Oggi mancano i soldati da mandare al fronte, domani mancheranno i giovani per ricostruire il disastro. Ma – sostiene Kuleba – anche con venti milioni di abitanti l’Ucraina può resistere altri due anni di conflitto fino a ribaltarne le sorti. La posizione è doverosamente ed eroicamente di parte, sottovaluta alcuni elementi.

Anzitutto la frenesia del Presidente americano nel chiudere la partita, nella convinzione, criticabile quanto si vuole ma ferma nella sua mente dalla campagna elettorale, che la partita era persa sin dall’inizio. Anzi, per dirla tutta, con lui alla Casa Bianca nel 2022, la campagna militare neppure sarebbe iniziata. All’epoca egli non avrebbe inseguito il miraggio del logoramento strategico della Russia via Ucraina (la dottrina Biden), avrebbe riconosciuto le ragioni di Putin nel volere rispristinare i resti dell’impero sovietico. La novità di Trump è di affidare le trattative non al corpo diplomatico facente capo al Dipartimento di Stato, ma a inviati di fiducia: il socio Steve Witkoff ed il genero Jared Kushner, gli stessi del cessate il fuoco a Gaza. Il negoziato è un affare personale, l’interesse statuale stinge.

E poi la stanchezza delle truppe al fronte. Dopo quasi quattro anni l’armata ucraina è allo stremo di uomini e mezzi, mentre la Russia continua a pescare nel bacino dell’immenso territorio ed a riconvertire l’economia in economia di guerra. Con la creazione di nuovi oligarchi, pari per arrogante ricchezza ai vecchi oligarchi degli idrocarburi.

Ed infine la Russia. La si voleva isolata per l’aggressione, continua a raccogliere la solidarietà di amici che contano. Non basti la Cina, dove Macron in visita di stato cerca di persuadere Xi Jinping ad attenuare il sostegno, si aggiunge l’India. Il Premier Modi accoglie Putin con un abbraccio, un gesto cordiale che poco si addice ad un uomo che si vorrebbe freddo come il russo. India e Russia hanno un’intesa strategica che risale ai Settanta. Allora fu conclusa in chiave anticinese, oggi la si rinverdisce a favore del multipolarismo.

L’India non raccoglie l’invito americano a ridurre le importazioni di petrolio dalla Russia: sono a tariffa di favore, danno ossigeno all’economia di New Delhi. Continua a comprare le armi dalla Russia per contenere l’esuberanza cinese e la minaccia del Pakistan. La Russia ha bisogno dell’India sul piano commerciale, la vendita di petrolio appunto, e perché l’India è la finestra verso l’Occidente e verso quella anglosfera che molto ha da dire in Asia. La scelta euro-asiatica di Putin trova il suggello nell’intesa con Cina e India.

I militari europei mettono in guardia dai rischi cui siamo esposti: quelli attuali della guerra ibrida, quelli potenziali della guerra guerreggiata. La loro è franchezza verbale. Della guerra ibrida fa parte la reazione gridata alle loro dichiarazioni. La Russia accusa l’Europa di volerla attaccare e, nell’immediato, di boicottare gli sforzi di pace dell’America. Un ribaltamento della prospettiva: c’è l’Occidente bellicoso che contrasta l’Occidente pacifista, l’aggressore diventa aggredito. Il racconto è fascinoso e insidioso nella voluta ambiguità.

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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali  al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)

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