Venezuela e il blitz di Trump: l’alba di un nuovo ordine fondato sulla forza

di Cosimo Risi - Dalla cattura di Maduro alla spartizione delle zone d'influenza, così la «putinizzazione» di Washington ridisegna la mappa del mondo. La grande diplomazia si privatizza.

di Cosimo Risi

A stare dietro ai numeri di Donald Trump si rischia di dare i numeri. Il gioco di parole è facile nell’apprendere che avrebbe concluso otto trattative di pace. Si suppone che fra le otto egli conteggi la tregua a Gaza. Gliene manca una, la più difficile e pregiata: l’Ucraina.

L’azzardo venezuelano e il nodo della giustizia

Se ne aggiunge, fresca di giornata, un’altra. Come classificare l’attacco al Venezuela e la presa del Presidente Maduro? Per consegnarlo alla giustizia, asserisce Trump avendo in sottofondo la grancassa del successo militare. La giustizia americana, per la quale Maduro era già indiziato? La giustizia internazionale, che Trump largamente disconosce?

La «putinizzazione» della politica estera americana è il riconoscimento alla sfrontatezza di Vladimir Putin nell’appropriarsi di parte dell’Ucraina, anche le zone non conquistate sul terreno. Putin tratta quel territorio come nelle aste si trattano i futures sui prossimi millesimi dei vini pregiati.

La spartizione delle zone d’influenza

L’avventura venezuelana nasce nel segno dell’intesa che i due pretesi padroni del mondo avrebbero concluso sulla spartizione delle zone d’influenza. L’Europa al russo, l’America Latina all’americano. Probabilmente l’Asia (Taiwan) alla Cina: anche Xi Jinping abbia il suo.

Trump minaccia la dirigenza iraniana di gravi conseguenze se dovesse reprimere con la violenza le manifestazioni di piazza. Il Medio Oriente e il Golfo sono l’estensione orientale della zona americana. Israele è sotto la minaccia dell’Iran, specularmente Israele colpisce l’Iran. Nella visita a Mar-a-Lago di Netanyahu la Repubblica islamica è stata un punto in agenda, di là è scaturita la minaccia di Trump di dare una lezione al regime degli ayatollah. Khamenei è avvertito.

Il tavolo di Mar-a-Lago: 100% o 95%?

Sulle trattative a Mar-a-Lago, di persona con Volodymyr Zelenskyy e telematiche con i Volenterosi europei nonché con il poco volenteroso Vladimir Putin, i numeri parimenti si susseguono. Siamo al 100% delle garanzie di sicurezza, annuncia il Presidente ucraino. Siamo al 95%, corregge il Presidente americano. Le garanzie di sicurezza dovrebbero mettere al riparo l’Ucraina dalla revanche russa.

La pace sarebbe, per il Cremlino, una pausa nella strategia di aggressione. La strategia prevede, a termine, l’assalto a quel che resta dell’Ucraina (fino a Kiev e risparmiando la parte da annettere alla Polonia?), nonché ai Baltici. Si completerebbe così il disegno di ridisegnare la mappa dell’Europa orientale, con i confini russi prossimi a coincidere con i confini sovietici.

L’Europa dei veti e l’ombrello americano

Mancheranno i paesi centro-europei del Patto di Varsavia, quelli si sono messi sotto l’ombrello UE, sarebbe difficile strapparli al sistema euro-occidentale. Sarebbe persino inutile, la Russia può contare su amici fidati in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca. I tre stati membri sono in grado di bloccare le decisioni all’unanimità. La Commissione aggira il veto cercando la decisione a maggioranza nelle pieghe del Trattato. Si veda il ricorso all’articolo 122 TFUE per il prestito all’Ucraina.

Le garanzie sarebbero bilaterali USA-Ucraina, modellate sull’articolo 5 NATO. Anche se circolano dubbi sull’automatismo dell’intervento in caso di aggressioni esterne, l’ombrello americano si aprirebbe a difesa di Kiev. La durata della polizza è di quindici anni (fonti americane) o di cinquanta (fonti ucraine): sono dettagli enormi da chiarire a conclusione delle trattative.

L’ossimoro della pace giusta

La pace giusta è un ossimoro, e non per amore dell’ingiustizia. La resistenza ucraina è allo stremo, proseguire il conflitto, in assenza del concreto aiuto americano e contando solo sulla declinante disponibilità dei Volenterosi, significa prolungare l’agonia di un popolo. Una intera generazione è andata perduta, le città e le infrastrutture sono distrutte, il calo demografico, e dunque la difficoltà di ricostruire senza i giovani, non è solo una simulazione statistica.

Zelenskyy parla di 800 miliardi di dollari per la ricostruzione. Una cifra ingente che neppure le riparazioni russe, se mai ci saranno, potranno colmare. Una colossale imposta graverà sull’Occidente ed in particolare sull’Unione, il vicino ricco dello sventurato paese.

Mar-a-Lago è la Ginevra di questo scorcio di secolo. In comune le località hanno l’acqua: il mare in Florida, il lago in Svizzera. Per il resto il cambiamento è radicale. Mentre Ginevra resta la seconda capitale dell’ONU, nonché la prima della Società della Nazioni, Mar-a-Lago è la residenza privata del Presidente in carica. La grande diplomazia si privatizza per il luogo e per i negoziatori.

La presenza al tavolo del Segretario di Stato è una misura riparatoria nei suoi confronti, le trattative vere sono condotte dal socio in affari e dal genero del Presidente. Vale per l’Ucraina e per Gaza. Siamo entrati in maniera omeopatica in una nuova dimensione delle relazioni internazionali.

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Cosimo Risi, già diplomatico, è stato da ultimo Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Attualmente insegna Diritto Internazionale all’Università di Salerno e Relazioni internazionali  al Collegio europeo di Parma. Fa parte dell’Advisory Board di Italia.co. Il suo ultimo libro è Terre e guerre di Israele. Sette anni di cronache mediorientali (Luca Sossella Editore, 2024)

 

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