di Gianni Perrelli
Primarie spaccasinistra? Le due fazioni principali del campo largo che si scannano a vicenda in una guerra fratricida? Un’alternativa ci sarebbe: la staffetta fra i due leader che stempererebbe le tensioni fra i poli.
Scartata dal Pd la suggestione del papa straniero, allo stato dell’arte in campo rimangono Elly Schlein e Giuseppe Conte più eventualmente un candidato bandiera di Avs. Perché è quasi scontato che Schlein imporrà al Pd la candidatura unica per ogni partito. La partecipazione di Silvia Salis, che si è però già defilata, sarebbe molto insidiosa per la segretaria del Pd. Perché la sindaca di Genova alla concretezza politica e dialettica aggiungerebbe il fascino di una certa avvenenza che non guasta mai agli occhi dell’elettorato meno strutturato. Sottraendo sicuramente più voti alla Schlein che a Conte.
Tra Schlein e Conte alcuni sondaggi indicano come favorito il secondo, sia pure junior partner in termini di consenso partitico. Schlein deve fare i conti con la fronda interna che non ha mai digerito la sua nomina (un corpo estraneo che non avevano visto arrivare) e che anche a costo di tradire la fedeltà di appartenenza sarebbe orientata a puntare su Conte, ritenuto più esperto (due volte presidente del Consiglio).

In generale, nell’opinione pubblica del centrosinistra, nessuno dei due è considerato il candidato ideale. La Schlein è giudicata sbrigativamente inadeguata dai critici più intransigenti. Per il suo eloquio che peccherebbe di astrattezza. O per aver spostato troppo il partito a sinistra. O per un carisma poco pronunciato anche se bilanciato da un’allure di modernità . “Te la vedresti”, è la domanda ricorrente, “a palazzo Chigi?”.
Risposta: chi l’avrebbe “vista” la Meloni qualche anno fa a Palazzo Chigi quando fermandosi a una pompa di benzina reclamava sguaiatamente la soppressione delle accise? E’ la funzione che spesso sviluppa l’organo trasformandolo nella postura, nella dialettica, nell’abbigliamento. Senza contare che nella chiarezza di linguaggio la Schlein è migliorata. Sennò non sarebbe riuscita a far salire il Pd dal 14 al 22-23 per cento. E per onestà intellettuale le si deve riconoscere di aver contribuito in non irrilevante misura, con una campagna appassionata, al successo nel referendum sulla giustizia e al risveglio dell’elettorato giovanile.
A Conte viene imputato il camaleontismo che lo porta a distinguersi per brama di potere come un uomo per tutte le stagioni. A destra con Salvini e un attimo dopo a sinistra con il Pd. Di fatto però il leader dei Cinque Stelle può contare, al contrario della Schlein, sul consenso granitico di tutto il suo movimento.
C’è poi, oltre alle spaccature in politica estera, la radicale disparità di Dna tra i due alleati che pure ai tempi del Covid hanno governato insieme. Il Pd non ha ancora del tutto metabolizzato l’affronto di Bibbiano da parte dei grillini bollati come “scappati di casa”. E l’ala più pura dei Cinque Stelle guarda sempre con diffidenza al Pd che ai tempi di Grillo veniva accostato al Pdl (Pd meno l). Morale: le primarie potrebbero essere fortemente divisive. Anche dopo aver trovato la quadra del programma le idiosincrasie di origine potrebbero venire a galla e portare acqua al mulino della destra. Come teme la Salis.
E allora perché non ricorrere all’uovo di Colombo della staffetta? Per metà mandato, sempre che il campo largo riesca a battere la Meloni e il Pd riesca a conservare la leadership a sinistra, a Palazzo Chigi va la Schlein (con Conte vice-presidente e magari ministro degli Esteri). Nella seconda parte i due si scambiano i ruoli.
Non mancano i precedenti anche se non ebbero molta fortuna. Nel 1983 Bettino Craxi (Psi) e Ciriaco De Mita (Dc) formularono un patto sottinteso. Si sarebbero scambiati la carica di presidente del Consiglio a metà mandato. Ma Craxi col tempo accantonò l’accordo, tirando per le lunghe e irritando non poco il leader Dc.
In campo internazionale va ricordata la staffetta in Russia al Cremlino, per impedimenti costituzionali, fra Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev (2008) che fu in seguito ridimensionato. E nel Regno Unito quella fra i leader socialisti Tony Blair e Gordon Brown anche se il primo impiego’ dieci anni per cedere (2007) il timone all’amico. Non è facile per nessuno rinunciare all’ebrezza del potere.
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Gianni Perrelli è giornalista e scrittore. Per oltre trent’anni ha lavorato tra L’Europeo e L’Espresso, dove è stato caporedattore, capo degli Esteri e corrispondente da New York. Come inviato speciale ha seguito da vicino alcuni dei principali scenari della politica internazionale, firmando reportage e interviste dall’estero e dai teatri di crisi, dall’Iraq all’Iran, dall’Afghanistan alla Siria. Alla lunga esperienza nel giornalismo ha affiancato un costante lavoro di scrittura, tra saggio e narrativa, con un’attenzione particolare ai rapporti tra potere, società e informazione. Tra i suoi libri, Professione reporter, Il soffitto di cristallo (2019) — romanzo che immagina l’ascesa della prima donna alla guida del governo in Italia — e Il quinto vuoto (2023). Collabora con Italia.co.
