Conte pro Trump non piace a nessuno

Una frase sull’Ucraina basta a spiazzare Schlein e gli alleati del presunto "campo largo".

Giuseppe Conte ha riscoperto Trump e, nel giro di una frase, ha fatto saltare i nervi al “campo largo”. «Lasciamo che a condurre il negoziato siano gli Stati Uniti», dice sull’Ucraina: ed ecco Schlein spiazzata, gli alleati a spegnere l’incendio e il Transatlantico che archivia con un’alzata di spalle: “Conte fa Conte”. Cioè: ora alza il volume, polarizza, si prende la scena. I sondaggi gli sorridono, quindi parte la guerra dei decibel per presentarsi al tavolo del centrosinistra più pesante di come entrerebbe in punta di piedi.

Poi certo: lui e i suoi la chiamano “semplice presa d’atto” della sconfitta dell’Ue. Ma l’effetto è quello di un mezzo atto di fede nel “manovratore” americano: non disturbare Trump, farsi piccoli, lasciare che l’Europa stia a guardare. Non a caso, anche Fratoianni e Bonelli storcono il naso: perché qui non è una battuta infelice, è una linea che spacca.

Sul fondo, intanto, si intravede il déjà-vu: l’asse gialloverde che torna a respirare, l’alleanza con il meno affidabile e meno credibile dei politici italiani, Matteo Salvini. Conte impacchetta lo scetticismo (e la solita ambiguità) sulla guerra dietro il richiamo a Trump — lo stesso che ai tempi lo chiamava “Giuseppi” — mentre Salvini, dall’altra parte del palazzo, fa il suo numero: minaccia di non votare il dodicesimo decreto di aiuti in armi a Zelensky, che tre giorni fa è venuto a chiederli di persona a Meloni.

Risultato? Meloni non riesce nemmeno a convocare un vertice di maggioranza senza far esplodere tutto. E nel centrosinistra si capisce una cosa semplice: se la politica estera diventa il palco personale di Conte, il “campo largo” non è un progetto. È una scena. E lui, come sempre, vuole stare sotto i riflettori.

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